MAROCCO 1.

MAROCCO: LE CITTA’ IMPERIALI
Prima parte
DA CASABLANCA A RABAT



In principio fu Fes: la prima, la più antica, la perla del mondo arabo. Centro spirituale e culturale del Paese, un mare di bianchi tetti piatti, irti di minareti, circondati da imponenti mura su cui si aprono porte maestose.
Poi venne Marrakech, la rossa: un gioiello ai piedi dell’Atlante, un’oasi alle porte del deserto, una città-sogno in cui ogni cosa sembra irreale anche la Koutoubia che da oltre 800 anni domina e caratterizza il suo profilo.
Verde invece è il colore di Meknes, il progetto incompiuto del Sultano Moulay Ismail, che per 50 anni edificò senza sosta palazzi, moschee, fontane e giardini pur di poter rivaleggiare alla pari con la Reggia di Versailles.
Infine Rabat,la bianca: sorge maestosa di fronte all’Oceano. Reale per definizione, la sua storia affonda le radici nell’antichità e le sue bellezze si sono accumulate nel corso dei secoli.

Sono le antiche Città imperiali del Marocco, le quattro capitali immortali, concepite e create dalle diverse dinastie che si sono succedute nel corso dei secoli per eclissare l’una lo splendore dell’altra. Dalle onde dell’Oceano fino ai piedi del Rif, dalla catena del Medio a quella dell’Alto Atlante, bisogna guidare l'auto per oltre 1000 chilometri attraversando un paesaggio incredibilmente vario, e sorprendentemente verde, generoso e ordinato per ripercorrere a ritroso l’intera storia del Marocco. Un Paese che, fino agli inizi dell’occupazione da parte dei francesi e degli spagnoli agli inizi del XX secolo, era considerato come un complesso mosaico di comunità tribali, le cui alleanze instabili e le lotte per il potere definivano di volta in volta la natura del governo.
A testimoniare quella che fu la nascita, l’espansione e la decadenza delle varie dinastie al potere, Idrisidi, Alauiti, Almoravidi, Merenidi, rimangono oggi i palazzi, le moschee, le mederse, le medine, i souk fatti costruire nelle diverse città che a rotazione hanno assunto il ruolo di capitale.
Classico nel suo itinerario, amato dai viaggiatori d’altri tempi così come dai turisti di oggi, il tour delle città imperiali rimane sempre e comunque un viaggio ed un’esperienza indimenticabile. A Fes come a Meknes, a Rabat come a Marrakech infatti, il passato sembra fondersi col presente, l’Oriente con l’Occidente, il Nord con il Sud della Terra.
Accolto da un clima mite anche d’inverno il visitatore straniero dapprima intimorito, un po’ alla volta rimane affascinato dalle abitudini, dalle tradizioni, dagli sguardi, dai colori, dagli odori che incontra sul suo cammino. Un crescendo di emozioni vere, a volte forti, lo spingono qui più che altrove a riflettere, a cercare di capire (possibilmente senza giudicare) ciò che lo circonda, trasformando una semplice vacanza in un interessante viaggio anche interiore.

CASABLANCA
Quasi a voler ritardare il vero incontro, il primo contatto col Marocco lo si ha atterrando con l’aereo a CASABLANCA, la più europea, o se volete la meno araba, delle città marocchine. Non fu mai una città imperiale ma oggi è senz’altro la capitale economica e commerciale del Paese. Viali alberati, palazzi moderni, hotel di lusso, suggeriscono giustamente una dimensione ed un prestigio internazionale garantito soprattutto dall’attività del porto, il più grande del Maghreb, capace di vantare un traffico più intenso di Marsiglia.
La ricchezza pertanto viene dal mare e sul mare, che qui ha le dimensioni dell’Oceano Atlantico, si affacciano anche i quartieri e le ville più “in” della città. Lungo la Corniche, la lunga passeggiata che corre parallela alla spiaggia, si alternano i club privati dai nomi esotici: Thaiti, Miami, La Tonga, dotati di piscine solitamente riempite con acqua di mare, campi da tennis, da pallavolo, bar e ristorante, cui si accede solo in quanto soci. Per tutti gli altri c’è la spiaggia di Ain Diab: affollata d’estate nonostante la pericolosità delle correnti marine, d’inverno è meta soprattutto di pescatori, giovani coppie, o studenti in libera uscita.

LA MOSCHEA HASSAN II
L’unico vero monumento per cui vale la pena fare tappa a Casablanca è la Moschea Hassan II. Eretta su una superficie rocciosa recuperata dall’oceano ed inaugurata il 30 agosto 1993, ha richiesto ben 13 anni per la sua costruzione. Fu il re in persona, il 9 luglio 1980 giorno del suo compleanno, ad esprimere il desiderio di abbellire Casablanca con un edificio maestoso di cui andare fiera fino alla notte dei tempi. “Desidero costruire la moschea sull’acqua – disse – perché il trono di Dio era sulle acque. E i fedeli che si recheranno nel tempio a pregare potranno inneggiare al creatore contemplando il cielo e l’oceano di Dio”.

Progettato dall’architetto francese Michel Pinseau, il complesso è frutto di un’impresa straordinaria. Il minareto, il più elevato al mondo, è alto duecento metri. Dalla sua cima di notte un fascio di luce laser è diretto verso la Mecca per indicare “la strada di Allah”. Per completare nei tempi stabiliti la costruzione 1400 uomini lavoravano di giorno e altri 1100 la notte. Si trattava soprattutto di esperti artigiani intenti a lavorare i marmi di Agadir, il granito di Tafraoute, il legno dei cedri provenienti dal Medio Atlante e, unico prodotto di importazione, il vetro di Murano.
Secondo gli esperti, nel cortile possono prendere posto fino ad 80.000 persone mentre all’interno c’è spazio per 20.000 fedeli.
Nonostante la tradizione vieti l’accesso ai non musulmani nel luoghi sacri e nei templi, questa moschea è aperta a tutti, in visite accompagnate di un’ora. Per darci un’idea degli spazi che ci circondano, ci dicono con orgoglio che la Basilica di San Pietro qui potrebbe esservi comodamente racchiusa.
Rimaniamo ammirati dalla linearità dell’opera, dai giochi di luci e ombre, dalle trasparenze e dai riflessi, dal soffitto riccamente intarsiato, dal pavimento riscaldato, dal matroneo sopraelevato. Ci chiediamo come e dove un popolo non certo ricco economicamente abbia potuto e saputo trovare i soldi per finanziare un’opera il cui costo complessivo pare abbia superato i 1.500 miliardi di Lire. 'La fede è grande, sposta le montagne ed è in grado di placare gli oceani' ci rispondono.

Visitiamo anche la splendida Sala delle Abluzioni. Qui gli uomini vengono a purificarsi prima della preghiera del venerdì. Una teoria di fontane allineate secondo schemi geometrici trasmette una sensazione di ordine, armonia, pace.

Una volta fuori ci rituffiamo nel traffico cittadino per raggiungere Piazza Mohammed V. Qui si concentrano tutte le costruzioni risalenti al periodo di dominazione francese, terminato nel 1956 con la dichiarazione di indipendenza. Furono il modello dell’architettura amministrativa del Marocco e in un certo senso lo sono tuttora. Accanto alla fontana posta al centro del giardino, stormi di colombi all’ingrasso per foto souvenir e piccole bancarelle con cose inutili, ci suggeriscono di partire. Il Marocco che cerchiamo è altrove, lungo la strada che porta verso nord.
La nostra prossima meta è Rabat.

RABAT, LA BIANCA
L’autostrada corre per 140 chilometri attraverso distese di prati verdi e terreni coltivati. Piantagioni di ulivi si susseguono a breve distanza l’una dall’altra. Il Marocco – leggiamo - con i suoi 710.000 chilometri quadrati si estende su di un’area come quella di Italia, Francia e Spagna messe assieme. E si divide geograficamente in cinque zone: le grandi città delle pianure; le catene del Rif e dell’Atlante; le oasi e il deserto presahariano e il sahara stesso; la costa Mediterranea ed Atlantica, che noi stiamo percorrendo.

Rabat, insieme a Fes, Meknes e Marrakech, forma il cosiddetto quadrilatero delle antiche città imperiali. In verità Rabat è tutt’oggi la capitale del Regno indipendente del Marocco, la sede del palazzo reale e del governo, ma è soprattutto una città ricca di storia e di fascino.

Posta lungo la costa dell’Oceano Atlantico, alla foce del fiume Bou Regreg, Rabat grazie alla sua posizione strategica ebbe sempre un posto di primo piano nelle vicende del Paese. Attraverso i resti archeologici ed i numerosi monumenti che la caratterizzano è effettivamente possibile ripercorrere le tappe fondamentali della storia marocchina.
Le ricche pianure interne furono già occupate e coltivate sin dal Paleolitico, mentre lungo la costa, a sud della città, ci furono degli insediamenti durante l’era Neolitica. Sia i Fenici che i Cartaginesi fondarono delle basi commerciali nell’estuario vicino a Rabat là dove ancor oggi i pescatori tengono le loro barche a remi.

LA CITTADELLA DI CHELLAH
L’insediamento più antico pare si chiamasse SALA e occupò la Cittadella di Chellah dove successivamente i Romani fondarono la loro colonia più meridionale. Ai resti delle rovine di quell'epoca, circondate dalle mura fatte edificare successivamente dai sovrani Merenidi, si accede attraverso l’imponente porta principale.
Sala Colonia fu uno dei sette collegamenti con l’Impero Romano e per cent’anni una città famosa dotata di porto. Ma la maggior parte di quello che oggi si può vedere nel Chellah sono le cosiddette rovine islamiche risalenti al periodo che va dal XIII al XIV secolo. Vi si accede attraverso un sentiero profumato fiancheggiato da fiori e piante. Il santuario, in precario stato di conservazione, si compone di due edifici principali: il primo cui si accede è la Moschea fatta erigere dal sultano merenide Abou Youssef ed oggi ridotta ad un cumulo di macerie.
La seconda è la Zaouia, una specie di moschea-monastero, con tanto di vasca per le abluzioni, aggiunta lungo le mura di cinta da Abou El Hassan, il più grande dei sultani della dinastia Merenide, soprannominato il Sultano Nero.
Dietro il santuario si può vedere la sua tomba accanto a quella della moglie e, forse, quella del figlio: allineate verso la Mecca custodiscono i corpi vestiti di bianco e distesi sul fianco destro nell’attesa del Giudizio.
Poco oltre i resti dell’alto minareto sulla cui cima ha trovato posto un nido di cicogne. Sono oltre un centinaio gli esemplari che vivono e nidificano in questo posto e, insieme ai corvi ed alle rondini sono considerati uccelli sacri in Marocco e la loro presenza sul Minareto dicono sia foriera di buona sorte.
Percorriamo il sentiero che si inoltra nel giardino fiorito. Sulla destra si erge un gruppo di koubba, le tombe aa cupola dei marabutti, una specie di santi locali, e subito dietro si trova la “sorgente miracolosa”, una vasca considerata sacra per la presenza delle anguille cui viene attribuita la facoltà di guarire la sterilità.

Chellah sopravvisse anche dopo la caduta dell’impero romano in Africa e in seguito costituì la base di uno stato berbero indipendente, le cui attività infastidirono non poco i capi arabi dell’entroterra che, come risposta, nel nome dell’ortodossia islamica fondarono nel luogo dove oggi sorge la Casbah, un 'ribat', ovvero un monastero fortificato da cui la città prende il nome.

LA CASBAH DEGLI OUDAIAS
La Casbah degli Oudaias è il sito della ribat originaria e della cittadella dei villaggi Almohade, Merende e Andaluso. E’ un quartiere affascinante impregnato di storia. In cima alla scalinata che costeggia le mura si trova l’accesso principale, la Bab Oudaia, una delle più incantevoli porte moresche al mondo opera della dinastia almohade ed eretta attorno al 1195.

Varcata la porta si percorre la Via della Moschea (Rue Djemaa) su cui si affacciano piccole botteghe di alimentari. Le mura esterne delle case sono tutte dipinte d’azzurro e richiamano alla mente tante località del Mediterraneo. Dalla via principale si dipartono vicoli stretti che terminano di fronte a portoni finemente decorati. Piccoli spiazzi ombreggiati diventano il terreno di gioco per piccoli aspiranti Zidane. Coperte da abiti lunghi e veli protettivi le donne che incontriamo ci sembra ci sorridano con gli occhi.

Superato il giardino Andaluso ci troviamo sulla terrazza del Caffè Maure, un posto splendido dove rilassarsi e ordinare un delizioso tè alla menta. Costa 6 dhiram, l’equivalente di 1200 lire, 65 centesimi di Euro, e mentre lo sorseggiamo ci godiamo il panorama. Sotto la terrazza scorrono tranquille le acque del fiume Bou Regreg, mentre di fronte a noi sorge Salè, la città che durante il medioevo era riuscita a superare in ricchezza ed importanza la stessa Rabat.
Qui aveva la propria base di partenza la flotta dei Pirati di Salè che, nel XVII secolo, con le loro imbarcazioni dalla carena poco profonda si facevano astutamente inseguire dalle barche mercantili che tornavano in Europa fino alla foce del fiume dove le pesanti navi cariche di ori e preziosi finivano per arenarsi su una lunga lingua di sabbia sommersa, una secca naturale risultata fatale a molti comandanti.

C’è chi crede che la bianca koubba, nel vicino cimitero musulmano che si allunga fino al fiume, dedicata al Marabutto di Sidi Ben Achir, abbia il potere di attirare i relitti delle navi e di sedare le tempeste. In realtà il moussem, il pellegrinaggio più importante di Salèm è quello che celebra il patrono della città Sidi Abdallah Ben Hassoun, considerato dai musulmani il protettore dei viaggiatori e dei naviganti, l’equivalente del nostro San Cristoforo.
Ogni anno alla vigilia del Mouloud (l’anniversario della nascita del profeta), gli abitanti di Salè e i traghettatori vestiti da corsari, si recano in processione al suono dei flauti e dei tamburi e depositano bellissimi lumi decorati da un mosaico di cera multicolore davanti al suo marabout.

Ma quella stessa lingua di sabbia che fino alla metà dell’800 contribuì alla fortuna di Rabat e Salè, all’inizio del ‘900 si trasformò in un ostacolo, e finì per dirottare tutte le rotte commerciali verso la vicina Casablanca.

LA MOSCHEA HASSAN
Lasciamo Salè per visitare quella che è considerata la più ambiziosa tra le costruzioni della dinastia Almohade, la Moschea Hassan col vicino imponente minareto, o torre, che coi suoi 50 metri d’altezza è visibile da ogni punto della città di cui è il simbolo.
Fu ideata e voluta nel XII secolo dal Califfo Yacoub El Mansour, lo stesso che scelse Rabat come capitale imperiale. Avrebbe dovuto celebrare la sua vittoria sui re spagnoli ad Alacros e se fosse stata completata sarebbe diventata la seconda moschea più grande al mondo. Nel 1199 però alla morte del califfo la costruzione venne interrotta ed un terremoto nel 1755 fece crollare le colonne. Nonostante tutto le sue dimensioni rimangono sorprendenti.

Proprio di fronte alla torre si ergono la Moschea ed il Mausoleo di Mohammed V, il re morto nel 1961, cinque anni dopo aver ottenuto per il Marocco la piena indipendenza. Una serie di guardie reali in costume sottolineano l’importanza e la sacralità del luogo. Il Mausoleo progettato dal l’architetto vietnamita Vo Toan, rappresenta uno dei più prestigiosi esempi di architettura moderna in Marocco. Il sarcofago, intagliato in un blocco unico di onice bianco, è adagiato al piano inferiore.

LA MEDINA
Al periodo della dinastia Almohade appartiene anche uno dei quattro lati delle mura che circondano la Medina di Rabat, che fino al 1912 all’arrivo dei francesi, coincideva con la città stessa.
La pianta della Medina è molto regolare, percorsa com’è da una serie di lunghe strade principali intersecate da vicoli più stretti, ed è un luogo ideale per entrare in contatto col Marocco. In effetti non è la più tipica ed interessante del Paese, ma consente un approccio sereno con un ambiente che, in città come Fes o Marrakech, può arrivare ad assumere per un turista le sembianze di un girone dantesco.

Il venerdì mattina, giorno di preghiera per i musulmani, le botteghe degli artigiani aprono più tardi per cui c’è tempo per ammirare l’aspetto del quartiere che mantiene essenzialmente le caratteristiche della cittadina creata nel XVII secolo dai rifugiati andalusi di Badajoz in Spagna, con i suoi colori pastello ed il sole che filtra attraverso le coperture di canne.

Bisogna ringraziare il Generale Lyautey, il primo francese a mostrarsi comprensivo e solidale verso la cultura indigena. Fu lui ad opporsi allo smantellamento della Medina di Rabat che secondo i piani residenziali dei francesi avrebbe dovuto essere sostituita con edifici e canoni urbanistici di impronta europea. Resosi conto della perdita estetica del luogo, ordinò la sospensione dei lavori e dispose la costruzione della Ville Nouvelle all’esterno delle mura, creando un precedente successivamente accettato e condiviso da tutte le zone francesi e spagnole della colonia.

Oggi come ieri lungo le strade della Medina si svolge il mercato, il Souk, il commercio attorno cui ruota la vita dei marocchini. Al mattino aprono i loro bugigattoli ed iniziano ad esporre con cura e meticolosità le merci oggetto dei loro affari: tappeti, spezie, pellami o tessuti è tutto un rincorrersi di colori e di odori. Abili artigiani offrono ai clienti il frutto del loro lavoro manuale e se trovano un turista, insistono con cortesia, per vincere la timidezza, o quell’algida diffidenza di chi, costretto oramai a fare shopping tra fredde vetrine e anonimi scaffali, non è più abituato a confrontarsi con commercianti e bottegai pronti a scambiare due parole o ad offrirti un bicchiere di tè alla menta.

Dove la strada si stringe inizia il mercato di frutta e verdura. La gente si accalca su bancarelle colme di ortaggi provenienti dalle vicine campagne. Carote, finocchi, cavoli, olive, arance, banane, pesci e carni appese attirano le donne dai visi coperti ma dagli occhi attenti. Ci stringiamo in noi stessi mentre un fiume di persone ci scorre accanto. Pensando alla nostra realtà avvertiamo un leggero disagio ma è un attimo: siamo qui per vedere, per capire, per immergerci in un mondo sicuramente diverso ma che proprio per questo è ricco di stimoli ed emozioni nuove.

Questo è solo il primo approccio, domani ci aspetta Fes... (fine I^ parte) (SDF)