SENEGAL 2.

TURISMO RESPONSABILE IN SENEGAL
Seconda parte
I GIOIELLI DEL NORD

All’alba le piroghe dei pescatori scivolano velocemente sulle placide acque del fiume Senegal per tuffarsi da lì a poco, in quelle ben più irrequiete dell’Oceano Atlantico.
Siamo nel nord del Paese, a St. Louis, l’antica capitale coloniale dell’Africa Occidentale francese: da qui riparte la nostra esperienza di turismo responsabile.

La storia ci racconta che, fondata nel 1659 in posizione strategica su un’isola al centro del fiume, la città vecchia rappresentò il primo insediamento francese in tutto il Continente e divenne ben presto un porto nevralgico per i traffici con l’Europa e le Americhe, ed un importante centro commerciale.
Oggi, dopo aver perso nel 1958 anche lo status di capitale del Senegal a favore di Dakar, l’isola si presenta con lo stesso fascino un po’ decadente dell’epoca coloniale, con le case ed i palazzi ottocenteschi ancora permeati da un’atmosfera di sbiadita eleganza, che hanno spinto l’UNESCO ad inserirla, nel 2000, nella lista dei siti Patrimonio Mondiale dell’Umanità.


Una passeggiata per le vie della città offre in effetti diversi spunti curiosi: c’è la chiesa più antica del Senegal, costruita nel 1828; il vecchio Hotel de la Poste, in cui soggiornavano i piloti dei primi idrovolanti che facevano servizio fra l’Europa e l’America meridionale negli anni ’30; Place Faidherbe, con al centro la statua del celebre governatore della colonia francese; ma soprattutto il Pont Faidherbe, che collega l’isola alla terraferma.
Il progetto del ponte, lungo ben 507 metri, porta la firma di Gustav Eiffel e in origine venne costruito per attraversare il Danubio. Solo nel 1897 venne trasferito a St. Louis, e da allora per i 150 mila abitanti della città, continua a rappresentare la via più comoda per raggiungere l’altra sponda del fiume.

La vera attrattiva di St. Louis però si trova sul versante opposto:
qui un altro ponte, collega l’isola alla penisola della Langue de Barbarie e al villaggio di pescatori di GUET N’DAR. Ci fermiamo per un attimo ad osservare la vita che sembra scorrere lenta e distante da noi. Qui a ogni casa corrisponde una piroga, a ogni famiglia un equipaggio. I bambini giocano attorno alle colorate imbarcazioni in attesa di diventare grandi abbastanza per poter prendere il largo. Le donne imparano sin da giovani ad attendere sulla riva l’arrivo del pesce da pulire ed essiccare. Per chi non ritorna, più a sud c’è il cimitero musulmano, dove le reti da pesca indicano le tombe di chi è morto in mare…

I PROGETTI DEL C.I.S.V.
E’ quello che ci racconta Simona Guida, la responsabile locale del C.I.S.V., Comunità Impegno Servizio Volontariato, un’Organizzazione Non Governativa di Torino, da anni presente ed attiva in Senegal. La incontriamo a Ross-Bethio, nella sede dell’ASESCAW, un’organizzazione contadina radicata sul territorio con cui il C.I.S.V. collabora per l’esecuzione di alcuni progetti di agricoltura ed allevamento.
Il presidente ed i suoi collaboratori ci illustrano brevemente i problemi cui devono far continuamente fronte e le iniziative cha in questi anni hanno adottato per risolverli, invitandoci poi ad andare sul campo per vedere di persona i risultati delle azioni portate avanti in maniera congiunta.

Un viaggio di turismo responsabile serve anche a questo, a prendere coscienza dei problemi della gente del Paese che si visita, del loro modo di vivere e di lavorare. Ma anche di tutto quello che si muove attorno al vivacissimo mondo dell’associazionismo locale e della cooperazione non governativa italiana, in grado, assieme, di portare avanti progetti che, a fronte di investimenti minimi, producono degli importanti benefici.

Grazie ad una serie di canali di irrigazione, ci spiegano, è stato possibile irrigare una zona praticamente desertica trasformandola in una fertile campagna, dando lavoro ad un gran numero di giovani che così non saranno costretti a lasciare il loro Paese.
Camminando tra i campi ci mostrano orgogliosi i risultati ottenuti e fanno sentire partecipi anche noi di un piccolo successo frutto della volontà e della tenacia di due mondi che hanno saputo incontrarsi.

Un altro settore di intervento è legato alla produzione del riso, particolarmente sviluppata in questa regione del Paese, ma che non trova più mercato né in Senegal né all’estero.
Visitando una fabbrica per la trasformazione del prodotto i responsabili dell’ASESCAW ci spiegano che questo è un riso di qualità alta, troppo caro per il consumo locale, in quanto la gente preferisce acquistare i sottoprodotti importati dall’estremo oriente ad un costo inferiore, e allo stesso tempo difficilmente esportabile in Europa.
In questo caso non è facile trovare una soluzione in quanto alle problematiche locali si sovrappongono le dinamiche di quel mercato globale le cui regole a volte sfuggono alla logica comune, e non tengono certo conto delle persone e dei loro diritti più elementari.

ROUGE SENEGAL
A bordo del nostro pulmino procediamo ora attraversando estese piantagioni di canna da zucchero fino a raggiungere la vicina cittadina di Rouge-Senegal il centro più importante per questo tipo di produzione.
Ci avviamo a piedi lungo la via principale dove regna il traffico ed il caos. In fondo alla strada un check point obbliga tutte le persone a passare in fila indiana: dall’altra parte di nuovo il fiume Senegal che col suo corso segna il confine settentrionale tra il Paese e la Mauritania.
Molte sono le persone che attendono sulla riva di passare dall’altra parte. Altrettante quelle che arrivano a bordo delle numerose barche a remi che salpano in continuazione da Rouge-Mauritaine. La confusione regna sovrana tanto che, più che a un posto di frontiera ci sembra di essere al mercato. Prima del pranzo ci resta ancora il tempo per un breve giro lungo le polverose vie di questo centro la cui identità ci sfugge come il suo futuro.

IL PARCO NAZIONALE DI DJOUDJ
Fra le prerogative di un viaggio di turismo responsabile rientra anche una particolare attenzione per l’ambiente in tutte le sue forme. Così ci dirigiamo con entusiasmo verso il Parco ornitologico di DJOUDJ che sorge 60 km a nord di St. Louis ed è considerato uno dei migliori posti al mondo per l’osservazione degli uccelli migratori provenienti dall’Europa.
Il parco si estende lungo un tratto del fiume Senegal, e comprende numerosi canali, paludi e canneti per cui, per visitarlo al meglio, è necessario imbarcarsi su una delle piroghe che conducono i turisti alla scoperta degli angoli più nascosti di questa importantissima riserva naturale, inserita nella lista dei luoghi protetti dall’UNESCO come Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Una volta partiti scivoliamo lungo il canale principale cercando di riconoscere le varie specie di uccelli che si riposano sugli alberi o che passano in formazione sopra le nostre teste. Si tratta per lo più di aironi, cormorani, albanelle, anche se da novembre ad aprile dall’Europa giungono sin qui circa 3 milioni di uccelli migratori, appartenenti a ben 400 specie diverse.

Il parco però è famoso soprattutto per la sua enorme colonia di pellicani: ce ne sono a migliaia, buffissimi con i loro becchi provvisti di una sacca dilatabile, nella quale trattengono le prede, quasi esclusivamente rappresentate da pesci. Avanziamo emozionati ed increduli circondati da una nuvola di ali svolazzanti.
Suddivisi in stormi piuttosto numerosi ogni anno questi pellicani percorrono migliaia di chilometri per venire qui a nidificare e riprodursi, più o meno nello stesso periodo. Tutti insieme occupano e presidiano una vasta area del Parco da cui tutti gli altri uccelli sono esclusi. E’ un autentico spettacolo della natura che merita di essere visto e tutelato.

Nel parco naturalmente vivono anche altri animali, tra cui i coccodrilli, che stazionano apparentemente addormentati lungo le rive del fiume, pronti però in ogni istante a scattare per catturare un’eventuale preda.

L’escursione dura solo un paio di ore ma ci spinge a riflettere sulle potenzialità non ancora sfruttate, in termini di posti lavoro ed impiego, che un luogo come questo potrebbe offrire e garantire agli abitanti della zona, pur nel rispetto totale della natura e dell’ambiente circostante.

UN PROGETTO DI MICROCREDITO
La curiosità e la voglia di conoscere ci porta anche a KEUR DJAULI, uno dei villaggi più poveri di tutto il Kebemer, la regione più povera del Senegal.
Ad accoglierci donne, uomini, vecchi e bambini riuniti sotto un tendone dove le più giovani ballano in nostro onore al ritmo di strumenti riciclati. E’ la prima visita di un gruppo di stranieri e vogliono fare bella figura ci dicono.

Dopo le danze vengono i discorsi ufficiali e per primo parla il capo villaggio. Ci considera amici - dice - e non turisti, ed è molto felice di poter trascorrere una giornata in nostra compagnia per mostrarci la sua realtà e cercare di capire il nostro mondo.

Visitiamo innanzi tutto la sede della CASSA RURALE, aperta proprio grazie al contributo iniziale del C.I.S.V.
Oggi completamente autogestita, la CASSA è nata per dare la possibilità, anche a chi abita in questi posti e non ha alcuna garanzia da offrire, di ottenere dei microfinanziamenti che altrimenti non potrebbe ricevere dai normali istituti bancari.
L’importo di ogni credito – ci dicono - si aggira attorno ad una cifra corrispondente a 70 EURO, a fronte di un tasso d’interesse che supera il 25% annuo: numeri che da un lato fanno ridere e dall’altro lasciano perplessi, ma che hanno dato vita ad un circolo virtuoso offrendo una speranza ed una motivazione soprattutto alle donne del villaggio, consentendo loro di incentivare delle tipiche attività rurali (come l’ingrasso di animali o la spremitura delle arachidi), ma anche di avviare delle piccole realtà artigianali.

Visitiamo anche la scuola elementare ma è vuota: oggi infatti è festa grande per il nostro arrivo.
Facciamo una scorpacciata di visi, di occhi e di sorrisi, cercando di comunicare la nostra gratitudine per un’accoglienza così generosa.
Al momento dei saluti tutti si stringono attorno al pulmino e ci regalano una scena che non dimenticheremo.

IL VILLAGGIO DI PESCATORI DI POTOU
Dall’entroterra ci dirigiamo verso il mare per visitare un altro villaggio dove opera il C.I.S.V., quello di POTOU, un villaggio di pescatori, originari di St. Louis, trasferitisi qui alla ricerca di nuove aree da sfruttare.
Fonte di vita per tutti, di benessere per alcuni, fino ad oggi infatti il pesce nelle acque territoriali senegalesi non è mai mancato, ma negli ultimi anni è andato via via diminuendo a causa dell’eccessiva attività di pesca portata avanti, da un lato dai pescatori locali, per rifornire il redditizio mercato delle esportazioni, dall’altro dalle cosiddette “navi fattoria”, provenienti dai Paesi dell’Europa e dell’Asia centrale, cui il governo senegalese ha ceduto importanti quote di pescato.

Da questa nuova realtà – ci spiegano – nasce la necessità ma anche il desiderio di affiancare alle tradizionali attività legate alla pesca, anche progetti nuovi, come quello di aprire un ristorantino sulla spiaggia, dove proporre ai turisti del buon pesce fresco.

Ciò da un lato potrebbe rappresentare un elemento di richiamo in grado di convogliare un maggior numero di visitatori su questo magnifico litorale, dall’altro consentirebbe alla popolazione locale di integrare le proprie rendite, il tutto possibilmente senza stravolgere i riti quotidiani e le antiche tradizioni di questa gente di mare.

IL FESFOP DI LOUGA
Il concetto di cooperazione, o meglio di educazione alla mondialità, oggi passa anche attraverso la musica. Un breve corso per apprendere a suonare il “djembe” o il “tama”, i tipici strumenti a percussione utilizzati dai senegalesi, è un modo ulteriore per i turisti responsabili di avvicinarsi alla cultura di questa popolazione in cui la musica, il ritmo e le danze hanno un ruolo importantissimo.

L’iniziativa rientra tra le numerose attività collegate al FESFOP, il Festival Internazionale del folklore e delle percussioni di Louga, organizzato anche in questo caso in collaborazione con il C.I.S.V.
Il Festival, giunto nel 2003 alla sua 3^ edizione, si articola in diversi momenti di incontro e di festa, animati dai vari gruppi folkloristici che partecipano alla manifestazione. Dalla Francia al Mali, dalla Guinea al Gambia, dal Belgio all’Italia, è tutto un rincorrersi di musiche e suoni, danze e tamburi, capaci di richiamare, incuriosire, attirare e coinvolgere un numero crescente di persone.

Seguendo il ritmo di strumenti per noi nuovi, sfiliamo in corteo per le vie di Louga. E’ questo un altro modo per stare insieme, per condividere esperienze, emozioni, gioie e progetti, per comprendere la ricchezza della diversità, per marciare uniti, sperando sempre e comunque in un futuro più equo e solidale…..

Le diverse giornate in cui si articola il festival si concludono ogni sera con degli affollati spettacoli in cui ogni gruppo folkloristico ha a disposizione l’intero palcoscenico per mostrare agli altri l’eredità del proprio patrimonio musicale, storico, ambientale e culturale.
Costumi e sonorità, ritmi e presenza scenica sembrano tra loro incredibilmente distanti, ma capaci comunque di creare un ponte non soltanto musicale tra Louga, l’Africa e il resto del mondo, e di regalare a tutti noi momenti di grande intensità. (fine 2^ parte) (SDF)