PERU' 5.
MAGICO PERU’
quinta ed ultima parte
LA VALLE SACRA E MACHU PICCHU
Era considerata “il giardino degli Incas”. Modellata dalle acque del Rio Urubamba-Vilcanota, la fertilissima Valle Sacra, grazie all’altitudine relativamente bassa, gode di un clima particolarmente mite che ha favorito da sempre la coltivazione di mais e cereali sui suoi pendii terrazzati, fino ad altezze incredibili.
Oggi, questa è una delle zone più visitate del Perù: per la bellezza del paesaggio circostante, e per quella dei tipici villaggi che lo punteggiano, per l’importanza dei suoi siti archeologici e per le straordinarie testimonianze lasciateci dalle antiche civiltà precolombiane.
Quelle di PISAC in assoluto, sono tra le più spettacolari e meglio conservate. Le rovine sorgono in posizione panoramica e strategica su un alto sperone di roccia. Restiamo ancora una volta affascinati dalla perizia con cui gli Incas, da veri architetti del paesaggio, costruirono i loro terrazzamenti per rendere coltivabili le ripide pendici della collina, descrivendo al contempo linee curve ampie e sinuose.
La visita inizia dall’estremità settentrionale dove si possono ancora osservare le antiche vasche cerimoniali da poco restaurate. La parete rocciosa che si erge proprio di fronte, al di là della gola del Kitamayo, è perforata da tutta una serie di profonde cavità e contiene oltre duecento tombe rupestri incaiche. Da qui un sentiero piuttosto impervio conduce a un complesso di ruderi ritenuti dagli archeologi i resti di abitazioni civili o militari.
Il nucleo più importante dell’intero sito è costituito dal cosiddetto Complesso del Tempio. Il fabbricato centrale era una sorta di osservatorio. Qui, come in molti altri templi inca, si trovava l’Intihuatana, ovvero in lingua quechua, “il luogo dove si legava il sole”, un pilastro di roccia, spesso considerato erroneamente una meridiana, ma che in realtà serviva, non per indicare l’ora del giorno ma piuttosto i vari periodi dell’anno, e grazie al quale gli astronomi dell’epoca potevano prevedere i solstizi.
Ciò consentiva al sovrano inca, considerato il figlio del sole, di far credere ai suoi sudditi che il ritorno delle lunghe giornate estive era sotto il suo controllo.
Gli edifici circostanti erano invece dedicati alla luna, alle stelle, e a tutte le altre divinità (collegate ai fenomeni meteorologici) adorate a quel tempo: l'arcobaleno, il fulmine e il tuono.
Un ruolo particolare lo avevano (e per alcuni lo hanno tuttora) la PACHAMAMA, considerata la Dea Madre o la Dea Terra, venerata soprattutto dal popolo, e gli APU, gli spiriti potenti che si annidavano sille cime dei monti, e sono ancora temuti soprattutto dagli Indios.
Dalle rovine un ripido sentiero conduce direttamente nella piazza del villaggio di Pisac dove tre giorni alla settimana si tiene un pittoresco mercato. Un tempo luogo di scambio e di baratto frequentato esclusivamente dalla popolazione locale, il mercato di Pisac da alcuni anni è divenuto meta di un numero sempre crescente di turisti, attratti ed abbagliati dalla vivacità dei colori, dei visi, dei sorrisi che vi si incontrano.
E’ affidato alle donne del posto il compito di esporre sulle bancarelle o sulle stuoie i prodotti da vendere: frutta e verdura, patate e legumi provenienti da tutti i villaggi della Valle Sacra, la cui fertilità qui si manifesta in tutto il suo splendore.
Accanto, con l’aumentare del numero dei visitatori stranieri, cresce anche la sezione dedicata all’artigianato tipico ed ai souvenir.
Chi lo desidera, al mercato può fare anche uno spuntino veloce o mangiare un piatto caldo. Noi preferiamo andare nel vicino panificio all’aperto, specializzato in EMPANADAS con formaggio e cipolla, pomodoro e origano, in vendita alla modica cifra di 1 SOL; da accompagnare poi con una spremuta di arance fresche, realizzate all’istante.
LE SALINE DI MARAS
Lasciamo Pisac per proseguire la nostra esplorazione lungo la Valle Sacra degli Incas. Incastonata tra le pareti di una gola situata sulla riva sinistra del Rio Urubamba, si trova una delle attrazioni più sorprendenti dell’intero Perù: le Saline di Maras.
Ricavate in un luogo dove non ti aspetteresti niente di simile, ci sono centinaia di piccole vasche d’acqua rinchiuse dentro terrazzamenti. Quel che sorprende ancor di più è vedere che questi bacini realizzati per estrarre il sale in epoca preincaica, vengono utilizzati ancor oggi dagli abitanti della zona.
Tutto nasce e prende forma grazie alle grandi quantità di sale concentrato che si trova dentro alla montagna e che si dissolve un po’ alla volta nell’acqua, che sgorga calda da una piccola sorgente in cima alla valle. Da qui si forma un rivolo di acqua carica di sali, il cui percorso viene modellato e deviato attraverso un’infinità di canali nelle pozze dove, l’evaporazione generata dai caldi raggi del sole, provoca il fenomeno della cristallizzazione del sale, che viene raccolto poi dalle donne del posto.
Accecate dal bianco e dai riflessi, coi piedi nell’acqua, e con la schiena piegata tutto il giorno, queste donne, aiutate spesso dagli altri membri della famiglia, raschiano il fondo delle vasche per poi riempire col sale i sacchi da 50 chilogrammi che i loro mariti si caricano sulle spalle e trasportano, in precario equilibrio, fino al deposito dove vengono pesati e pagati: meno di un euro a quintale.
Ci viene voglia di dare una mano, per provare a capire cosa vuol dire lavorare ad alta quota in queste condizioni, ma non siamo abituati. E’ un lavoro estenuante, per un salario da miseria, finalizzato ad ottenere un prodotto di scarsa qualità, in quanto privo di iodio, e che viene dato soprattutto ai bovini. Lo spettacolo comunque è sorprendente.
Proseguendo la nostra esplorazione attraversiamo il vicino e sperduto villaggio di Maras, dove restiamo attratti dai pregevoli portali d’entrata delle case, attraverso cui gli abitanti più in vista cercavano di sottolineare il proprio peso nella società.
Oggi la gran parte delle abitazioni viene costruita in adobe, vale a dire con mattoni di fango, collocati magari su fondamenta di pietra. Come vediamo fare da questi operai: tra cui figura lo stesso proprietario della futura casa, i vicini e gli amici più cari, in quanto la consuetudine vuole ancora che ognuno aiuti l’altro in una logica di cooperazione e collaborazione reciproca.
Saliamo ancora per dominare, dall’alto, la sottostante Valle dell’Urubamba, cui fanno da quinte le maestose cime innevate delle montagne. Sull’altopiano il paesaggio cambia nuovamente. La terra è rossa e ocra in attesa della semina e dei primi germogli. Ovunque piante di agave e ginestre il cui giallo risalta sullo sfondo azzurro del cielo. Anche qui incontriamo donne intente a sferruzzare, in attesa di turisti cui vendere qualcosa o con cui semplicemente scambiare due parole.
LE TERRAZZE CIRCOLARI DI MORAY e LA FORTEZZA DI OLLANTAYTAMBO
Siamo sulla strada che conduce ad un altro sito importante, quello di MORAY. In un enorme bacino, in parte naturale ed in parte scavato dagli Incas, sono state ricavate delle terrazze circolari, a imbuto, utilizzate per coltivare ad alta quota, diversi tipi di mais e di patate. I vari livelli sono collegati da scalinate diagonali fatte con pietre da lastrico conficcate nei muri e ognuno di essi dovrebbe avere un diverso microclima a seconda della sua profondità.
Si pensa perciò si trattasse di veri e propri laboratori per studiare le caratteristiche delle piante, abituarle alle diverse temperature e condizioni climatiche, ed in questo modo rafforzarle per permettere così un utilizzo ed una loro diffusione sempre maggiore.
Ancor oggi qui a Moray, il primo agosto di ogni anno si svolge la festa del ringraziamento alla Madre terra, o Pachamama, così come ci si immagina avvenisse all’epoca degli Incas.
Scendiamo nuovamente a Valle per visitare la spettacolare Fortezza di Ollantaytambo. Sorge anch’essa su uno sperone di roccia e, grazie alla sua posizione strategica, doveva proteggere la Valle Sacra dagli assalti delle tribù della Selva. Le sue imponenti rovine terrazzate però avrebbero anche un significato religioso: in quanto, secondo la leggenda, qui era sepolto il cuore dei re Inca.
Pietre lavorate solo in parte, ed edifici rimasti incompiuti, inducono a pensareo che la costruzione venne interrotta dall’inizio delle incursioni dell’esercito spagnolo guidato da Pizarro che, proprio qui, nel 1536, nel tentativo di catturare Manco Capac, subì una delle sue più cocenti sconfitte.
I resti, tra cui si aggirano centinaia di turisti, sono estremamente suggestivi così come i nomi con cui sono state battezzate le varie aree: il “Trono dell’Inca”, il Tempio incompiuto o quello “del Sole”, ricalcano un po’ quelli degli altri siti visti sinora. Tutto o quasi venne costruito con giganteschi blocchi di porfido rossastro, portati fin qui da una cava posta sul fianco della montagna sopra la sponda opposta del Rio Urubamba a 6 km di distanza. Per trasportare i blocchi oltre il fiume, gli Incas adottavano una tecnica sorprendente: li trascinavano fin sulla riva accanto al fiume, poi deviavano il corso d’acqua facendola passare al di qua dei blocchi.
Ai piedi della fortezza sorgeva invece il cosiddetto Bagno della Principessa: ovvero una semplice pietra ornata da decorazioni geometriche su cui cade un getto d’acqua.
Prima che faccia buio abbiamo ancora il tempo per visitare anche il piccolo villaggio di Ollantaytambo, costruito sulle originali fondamenta di epoca incaica, dove trascorreremo la notte. Con le strade ricoperte di ciottoli e disposte a scacchiera, con gli scoli laterali per l’acqua e la base dei muri esterni rigorosamente d’epoca, Ollantaytambo rappresenta il migliore esempio di pianificazione urbana tradizionale ancora esistente.
IL TRENO DELLE ANDE
Al mattino l’appuntamento è alla stazione ferroviaria, o meglio sui binari del treno all’uscita dal paese, dato che la stazione è chiusa per restauro. Nulla di male. Mentre attendiamo il nostro treno che ci condurrà verso Machu Picchu, abbiamo modo di osservare l’intraprendenza e la capacità di persuasione della variopinta comunità di venditrici ambulanti, che affollano gli stessi binari sperando che il treno ritardi ancora un po’, per poter concretizzare comodamente i loro affari.
Una volta in carrozza, il Treno delle Ande riprende la sua corsa lungo la valle scavata dalle acque a volte impetuose del Rio Urubamba, in quello che a noi sembra essere allo stesso tempo un viaggio nello spazio e nella natura, ed un ritorno al passato.
Al km 88 la prima fermata: per coloro cha a Machu Picchu vogliono arrivare a piedi lungo il Camino de los Incas, che inizia proprio al di là del ponte sospeso.
Più avanti altra fermata a Pampacava: dove si incrocia il treno che proviene da Quillabamba. Da questo punto in avanti la valle si restringe, e la linea corre sospesa tra gole spettacolari e pareti rocciose in perfetta verticale, letteralmente aggredite dall’esuberante vegetazione tropicale, densa come quella della giungla.
Dopo un’ora e mezza di viaggio il treno fa ingresso nella nuovissima stazione di Aguas Calientes, costruita per accogliere un numero di visitatori sempre crescente. A piedi, attraversiamo la via principale del paese che, negli ultimi anni, si è trasformato in un concentrato di bancarelle, negozietti, ristoranti e tutto ciò che il turismo di massa, volente o nolente porta con sé. In fondo alla via è la stazione dei bus che, uno dopo l’altro, caricano i turisti che vogliono raggiungere Machu Picchu. E’ questo l’unico mezzo autorizzato ad inerpicarsi lungo l’impossibile strada sterrata che, dopo un’infinita teoria di stretti tornanti, si arresta a quota 2350, proprio davanti all’entrata delle rovine.
MACHU PICCHU
Vista e rivista migliaia di volte su foto, video, cartoline, la Città perduta degli Incas che si presenta ora davanti ai nostri occhi è una vera meraviglia archeologica, tra le più spettacolari al mondo, in grado di suscitare sempre e comunque emozioni fortissime.
Forse centro cerimoniale o forse avamposto militare dell’impero, Machu Picchu rappresenta un insuperabile esempio di architettura inca gelosamente preservata dalla giungla. Dimenticata per secoli da Dio e dagli uomini venne infatti riportata alla luce solo nel 1911 dallo storico statunitense Hiram Bingham che la scoprì, quasi per caso, nascosta sotto un manto di vegetazione tropicale.
Il sito, incastonato nella fitta foresta della Cordillera Oriental, domina un’ansa del fiume Urubamba, da uno scenario di montagne assolutamente grandioso. L’articolato complesso, protetto da spesse mura di pietra, comprende templi, santuari, piazze, quartieri residenziali, vasche cerimoniali, fontane e vertiginosi terrazzamenti allineati lungo i fianchi scoscesi del monte.
L’arte della lavorazione della pietra con gli Incas raggiunse la sua massima espressione. Enormi superfici venivano lavorate con strumenti di pietra o bronzo, lisciate con sabbia e trasportate a forza di braccia per monti e per valli.
Blocchi di diverse tonnellate erano collocati con precisione millimetrica, sovrapposti a secco e incastrati l’uno con l’altro così saldamente che neppure i terremoti li hanno scalfiti. I muri ricoperti spesso con decorazioni in oro e argento, non erano perfettamente a piombo ma inclinati verso l’interno per renderli più stabili.
Gli Incas non conoscevano l’arco per cui ogni singola porta o nicchia aveva la caratteristica forma trapezoidale assottigliata in alto e sormontata da un architrave.
Purtroppo pare che solo il 40% delle rovine siano autentiche: il resto è stato completamente ricostruito dall’equipe di Bingham e dagli altri archeologi statunitensi, con un risultato molto discutibile.
Tra gli elementi principali vi è il TEMPIO DEL SOLE, una costruzione semicircolare a torre posta su una massiccia roccia alla cui base si trova una grotta detta Tomba Reale.
Superata la zona delle FONTI CERIMONIALI si passa nel PALAZZO DELL’INCA.
A pochi metri vi è il TEMPIO PRINCIPALE: che contiene un altare monolito dietro il quale si eleva una delle parti più belle del complesso. La piccola costruzione vicina è stata chiamata SACRESTIA e pare che qui i sacerdoti si preparassero ai riti.
Anche qui in cima alle scale si trova l’INTIHUATANA, ovvero in lingua quechua, “il luogo dove si legava il sole”, che spicca per l’elegante semplcità.
Nella parte più estrema si trova la Roca Sagrada, la pietra Sacra, alta tre metri, dove molti occidentali vengono per compiere riti esoterici, meditare, caricarsi di energia.
Da qui inerpicandosi lungo una sconnessa e sdrucciolevole scalinata, si può raggiungere, la cima dell’HUAYNA PICCHU, che domina a nord l’intero complesso.
Il nostro viaggio attraverso le magie del Perù non può che terminare qui, dov’era iniziato, e concludersi con le parole del grande scrittore e poeta Pablo Neruda:
“Allora per la scala della terra sono salito,
fra gli atroci meandri delle selve sperdute,
sino a te, Machu Picchu….
Madre di pietra, spuma di condor.
Alta scogliera dell’aurora umana”.
(SDF)