AZZORRE: L'ARCIPELAGO RITROVATO

SÃO MIGUEL, PICO E FAIAL: ISOLE NELLA CORRENTE

Costituito da nove isole color smeraldo immerse nel bel mezzo dell’oceano Atlantico, tra il Portogallo, cui appartengono, e il Nord America, distante 2000 miglia, molti ritengono che l’Arcipelago delle Azzore sia in realtà ciò che resta del mitico continente di Atlantide.
In effetti, l’origine vulcanica delle isole è uno dei motivi principali del loro affascinante aspetto a tratti selvaggio: antichi crateri occupati da laghi cristallini, scogliere nere che si scagliano nelle acque dell’Atlantico, sorgenti di acque sulfuree e fumarole, sono gli elementi che formano uno scenario naturalistico unico al mondo, aspro e spesso impervio ma sempre ingentilito dai fiori che vi crescono durante tutto l’anno, dai pascoli, delimitati da siepi di ortensie, che coprono tutte le isole, e dalle tipiche case rurali intonacate di bianco.

BREVE STORIA
Precedentemente disabitato, l’arcipelago venne scoperto dai navigatori portoghesi solo nel corso del XV secolo, e divenne ben presto uno dei punti di approdo preferiti lungo la difficile rotta tra il Nuovo Mondo e la Vecchia Europa.

Le «isole degli Açores», ovvero i grandi falconi che accolsero i primi coloni ispirando loro il toponimo che ancor oggi conservano, per la loro lontananza da tutto, e la loro indeterminatezza, furono alternativamente ribattezzate dai marinai come “le isole perdute” o “le isole ritorvate”, e per circa cinquecento anni sono rimaste quasi del tutto incontaminate.

Per questo motivo le Azzorre costituiscono ancor oggi una delle ultime destinazioni europee dove il turismo di massa non è ancora arrivato, un “fuori luogo” più immaginario che reale secondo lo scrittore Antonio Tabucchi, una meta idilliaca per gli amanti della natura, del trekking, del mare, del whale-watching, dove si conservano tradizioni antichissime ed è possibile vivere una vacanza all’insegna della tranquillità.

L'ISOLA DI SÃO MIGUEL
Il primo approdo di chi arriva dall'Europa è di regola São Miguel, l'isola più grande ed orientale, dove sorge Ponta Delgada, dal 1546 la piccola capitale dell’intero arcipelago, il cui centro storico, dall’atmosfera prettamente coloniale, conserva edifici del 18° e 19° secolo la cui architettura è quella tipicamente portoghese: come il Duomo di São Sebastião, con il portale principale in perfetto stile manuelino, o la Chiesa di São Pedro che, al suo interno, conserva una notevole pala d’altare in intaglio dorato e l’immagine del santo patrono.

La costruzione del porto artificale, iniziata nel 1861, ed attualmente in fase di totale ristrutturazione ed ammodernamento, permise la creazione sull’isola di varie industrie e l’aumento del traffico marittimo consolidando la posizione della città come principale porto delle Azzorre.

Lasciando la costa ed inoltrandosi verso il centro dell’isola, il paesaggio si tinge di mille sfumature di verde, il colore dei pascoli, delle colline, degli alberi e delle foreste che coprono gran parte dell’isola, favoriti dall’abbondanza d’acqua portata dalle piogge atlantiche e da una terra generosa, perché epidermide di vulcani mai sopiti.

Giunti in cima alla Serra de Agua de Pau, a 941 metri di altitudine, circondati dalle rapide nubi di passaggio e da un’eterea foschia, riusciamo ad ammirare la LAGOA DO FOGO, un suggestivo lago che occupa il fondo del cratere di questo vulcano dichiarato per la sua peculiarità Riserva Naturale.
Sulle sue pendici, un comodo sentiero che si inoltra all’interno di una vegetazione densa ed esuberante conduce a CALDEIRA VELHA, una fonte di acqua calda e ferrosa che cade a cascata formando una piccola piscina naturale dove volendo è possibile immergersi e fare il bagno.

La costa settentrionale dell’isola di São Miguel è punteggiata da tutta una serie di miradoures, panoramici belvedere situati nei punti strategici, da cui si possono ammirare le fertili vallate che circondano l’abitato di Ribeira Grande e la bellezza selvaggia del litorale esposto alla furia dei venti e delle onde.

A tal proposito, va’ ricordato che l’arcipelago delle Azzorre, famoso anche e soprattutto per il suo “anticiclone”, è costantemente in contatto con correnti di alta pressione e masse d’aria provenienti sia dai tropici che dal nord e, grazie anche al fatto che si trova nel bel mezzo dell’Oceano, gode di un clima marittimo temperato caratterizzato da temperature piacevoli con piccole variazioni durante tutto l’arco dell’anno.

TE' E ANANAS
Un clima che si è rilevato ideale anche per la coltivazione del tè. Pochi sanno infatti che le isole Azzorre sono l’unico lembo d’Europa in cui si produce il tè. Le prime piantagioni vennero realizzate dopo il 1870, quale alternativa alla crisi dell’arancia su cui poggiava, fino ad allora, l’economia dell’isola.
Il massimo delle produzione si raggiunse tra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900 con ben 300 tonnellate di tè, e le Azzorre contavano una quindicina di società attive nel settore. Di queste, una sola oggi è rimasta ancora attiva sull’isola di São Miguel e da cinque generazioni porta avanti le più tradizionali tecniche di coltivazione.
Il tipo di tè coltivato è uno solo, ma il differente trattamento cui le foglie sono sottoposte determina i vari tipi di tè prodotti: da quello verde Hysson, a quello nero Broken Leaf.
Si tratta di una produzione limitata, di ottimo livello, interamente destinata a raffinati intenditori.

Simile è il discorso relativo all’introduzione sull’isola di un altro prodotto tipico di São Miguel: l’ananas. Portato dall’America del Sud, attorno alla metà del XIX secolo, come pianta ornamentale, l’ananas, con la coltivazione nelle serre, divenne ben presto un’alternativa economicamente interessante alla cultura dell’arancia, che stava entrando in crisi.
Così i frutti della varietà “Cayenne São Miguel”, dalla polpa dolce, succosa e profumata, conquistarono velocemente le ricche tavole dell’Europa settentrionale e le isole si trovarono ad esportare, ogni anno, più di un milione di pregiatissimi frutti.

Un paesaggio caratterizzato da serre di ananas e piantagioni di banane è quello che si può osservare dal belvedere della piccola ma suggestiva Chiesa di Nossa Senhora da Paz, la cui scalinata, arricchita da preziosi azulejos, domina dall’alto l’intero tratto di costa che ha come centro principale VILA FRANCA DO CAMPO, in passato il più importante porto dell’isola.

FURNAS
Sbuffi di vapore che escono da un suolo scuro, nuvole di fumo bianco, miasmi di zolfo, e gorgoglii sinistri, sembrano preannunciare l’anticamera dell’inferno. Ci troviamo invece alle porte della cittadina di FURNAS, dove si manifesta con maggiore vigore e spettacolarità l’intensa attività geotermica dell’isola. Si tratta di un insieme di “caldeiras”, di soffioni e di fonti di acqua termale che, nel loro complesso, creano un’interessante sistema di manifestazioni vulcaniche

Una fonte di energia a costo zero che viene sfruttata da secoli anche per la preparazione del più tipico piatto locale, il famoso “cozido”, un bollito di manzo e verdure cotto ponendo le pentole avvolte nei sacchi all’interno di alcune buche scavate nella terra calda e ricca di vapori.

Per avere un quadro d’insieme dell’intera area occupata da ciò che rimane del Vulcano di Furnas, considerato ancora potenzialmente attivo e la cui ultima eruzione risale al 1630, basta affacciarsi da uno dei belvedere da cui si possono ammirare l’immenso lago che giace sul fondo del cratere e le fertili vallate che lo circondano.

Da non perdere è anche una visita al vicino Giardino Botanico “PARQUE TERRA NOSTRA”, voluto e realizzato nel 1780 da Thomas Hickling, un americano arricchitosi a São Miguel con la coltivazione e l’esportazione delle arance. Il Parco, che si estende su un’area di 12 ettari e mezzo, ospita un’eccezionale collezione di specie di piante provenienti da tutto il mondo, tra cui spiccano numerose azalee, camelie, rose ed orchidee, oltre ad incredibili felci arboree alte alcuni metri, ed alcune sequoie californiane con alle spalle più di tre secoli di vita.
Proprio al centro del parco, davanti alla “Yankee Hall”, la residenza estiva, si trova una grande vasca all’aperto, alimentata da una sorgente di acqua termale particolarmente ferrosa, che sgorga alla temperatura di 31 gradi. Da qui si dirama tutta una serie di sentieri che consentono ai numerosi visitatori di andare alla scoperta di piccoli angoli nascosti e di scorci particolarmente romantici.

LA COSTA OCCIDENTALE E LA LAGOA DAS SETE CIDADES
Con le condizioni atmosferiche decisamente mutate, raggiungiamo il belvedere do Escalvado, antico appostamento per l’osservazione dei capodogli, da cui la vista spazia sulla parte più occidentale dell’isola di São Miguel.
Estremamente suggestivo è il paesaggio che ci attende a PONTA DA FERRARIA, dove le nere falesie battute dalle onde e dai venti sono caratterizzate da depositi basaltici. Qui sorge anche uno stabilimento balneare, attualmente chiuso, che sfruttava una sorgente termale solitamente visibile col mare calmo.

L’incessante attività vulcanica che ha modellato anche questa parte dell’isola è testimoniata più all’interno dalla presenza dell’impressionante LAGOA DAS SETE CIDADES, un ampio cratere con un perimetro di 12 km, sul cui fondo risplendono due splendidi laghi, rispettivamente Verde ed Azzurro, in quanto secondo un’antica leggenda la differente colorazione delle acque sarebbe dovuta alle lacrime versate da una principessa ed un pastore che, vedendo ostacolato il loro amore, crearono col loro pianto questi due specchi d’acqua.
Numerose sono le attività sportive ed escursionistiche che si possono praticare in questo fantastico contesto naturale, grazie alla perfetta organizzazione messa a disposizione da diverse agenzie locali. In primo luogo la canoa, che permette a principianti e non di scoprire gli angoli nascosti di questi laghi da una prospettiva diversa dal solito. Altrimenti c’è la mountain bike, per andare all’avventura lungo le sponde della Lagoa, fino a raggiungere magari, il pittoresco villaggio di Sete Cidades, che dà il nome all’intera zona.

L’ISOLA DI PICO
L'isola di Pico, la seconda che visiteremo, prende invece il nome dal vulcano che la sovrasta, e che con i suoi 2351 metri di altitudine è il punto più alto del Portogallo. Nasce dal fondo del mare e cresce fino a superare le nuvole che ne avvolgono quasi costantemente la vetta .

Nel corso dei secoli, la mano dell’uomo ha trasformato le sue pendici frantumando e trasformando la nera lava in un incredibile reticolo di muretti a secco dietro cui nascondere e proteggere tenacemente i preziosi vigneti che resero famosa l’isola nel passato. Se infatti il suolo vulcanico ricco di elementi nutritivi ed il microclima secco e caldo favorirono sin dall’inizio della sua colonizzazione l’introduzione della vigna (soprattutto sul versante sud occidentale dell’isola), la coltivazione su larga scala richiese uno sforzo immane.
La necessità di mettere in ordine le pietre tolte dai buchi in cui si piantavano le viti nuove, unita all’esigenza di impedire che queste ultime fossero vittime della salsedine e dei forti venti, spinsero infatti i pochi abitanti di Pico a costruire chilometri e chilometri di muretti in pietra dando vita a quello che dall’alto appare un enorme alveare le cui cellette, denominate “currais”, ospitano in media 3 o 4 piantine di vite. Un’opera immane ed unica nel suo genere inserita di recente nella lista dei siti Patrimonio dell’Unesco.

Il frutto più prezioso e conosciuto di questo incredibile lavoro è il “Verdelho”, il famoso vino bianco di Pico che, in passato, veniva esportato anche in Brasile, in America, e raggiunse perfino la tavola degli Zar di Russia; anche se negli ultimi anni la ricerca di nuovi mercati ha portato alla produzione di diverse varietà e all’affermarsi di importanti etichette.

Pico è famosa anche per il suo squisito formaggio, dalla forma leggermente appiattita, pasta molle e odore intenso, la cui origine si perde nei secoli ma che viene prodotto ancora con metodi artigianali.

E per quanto riguarda l’artigianato, un discorso a parte lo meritano i fini merletti all’uncinetto realizzati dalle donne dell’isola, utilizzando antichi modelli.

Quelle stesse mani in grado di creare delicati fiori artificiali utilizzando semplicemente, incredibile a dirsi, le squame dei pesci.

STORIE DI UOMINI E BALENE
Ma quello tra gli abitanti di queste isole e il mare è un rapporto strettissimo e di lunga durata. Ne abbiamo la prova visitando nel villaggio di Lajes il piccolo Museo dedicato ai Balenieri che, attraverso una ricca e svariata collezione di pezzi, racconta quella che fu la storia della caccia alla balena sull’isola di Pico, a partire dal 1867 fino alla sua definitiva abolizione nel 1984.
Intorno ad un’elegante e lunga baleniera sono esposti gli attrezzi usati nella caccia al capodoglio, oltre ad esemplari preziosi dell’arte dello “scrimshaw”, ovvero l’incisione su denti di balena di scene epiche o di vita vissuta, eseguiti in genere dagli stessi pescatori.
Un incredibile video girato negli anni ’70, offre ai visitatori anche uno spaccato di come poteva svolgersi a quei tempi la caccia alla balena: con le agili barche manovrate e spinte a remi, sotto gli ordini rapidi e lo sguardo attento di colui che a bordo aveva il compito più importante e pericoloso: quello di lanciare l’arpione per catturare l’ambita preda.

Oggi Lajes, così come molti altri centri di Pico e delle isole circostanti, ha saputo rivisitare e valorizzare questo suo passato trasformandosi in uno dei luoghi preferiti al mondo da coloro che vogliono osservare i capodogli e le altre numerose specie di cetacei che frequentano regolarmente queste acque.

L'ISOLA DI FAIAL
Ogni pomeriggio ma soprattutto il venerdì sera, molte persone terminato il loro lavoro nelle campagne di Pico, si ritrovano sul molo di Madalena, il capoluogo dell'isola, per prendere il piccolo ferry che li riporterà a Faial, l'isola vicina da cui erano partiti al mattino e su cui vivono stabilmente. E’ un viaggio breve, di soli 30 minuti, che ci conduce però verso un altro mondo.

Horta, principale porto e città dell’isola, ci viene incontro con la bellezza delle sue case e dei suoi palazzi e sembra abbracciarci mentre ammiriamo rapiti le barche che riposano tranquille nella sua marina, già sosta obbligata per le caravelle che 500 anni or sono venivano dalle Americhe e oggi punto di riferimento obbligatorio dello yachting internazionale.

Scenograficamente costruita tra due baie divise dall’istmo che dà accesso al Monte de Guia, Horta venne fondata cinque secoli or sono e, grazie alla sua posizione strategica per il commercio ed i traffici transoceanici, visse un periodo di notevole prosperità dall’inizio del XVII sino alla metà del XIX secolo.

La “Donna di Porto Pim”, uno dei più bei racconti dello scrittore Antonio Tabucchi è ambientato nella vicina ed omonima baia, raccolta e suggestiva, su cui si affacciano piccole case bianche ed una lunghissima spiaggia di sabbia nera. Un tempo questo era il quartier generale dei balenieri che, come racconta Melville in Moby Dick, 'erano i migliori del mondo'.

All’uscita di Horta, merita una breve visita l’interessante Giardino Botanico di Faial, inaugurato nel 1986 su un’area di oltre 8.000 metri quadrati. Si tratta di una sorta di Arca di Noè, in chiave vegetale, dove vengono tutelate, coltivate, riprodotte e conservate numerose piante endemiche delle Azzorre e della Macaronesia che, se per qualsiasi motivo dovessero estinguersi in natura, potrebbero così facilmente essere rimpiazzate.

In realtà tutta FAIAL è un immenso giardino ricoperto da interminabili siepi di ortensie che nel mese di maggio fioriscono tingendo d’azzurro l’intera isola. I panorami più belli si godono lungo la strada che conduce a Cabeço Gordo, a 1043 metri il punto più alto dell’isola. Poco più avanti un breve tunnel conduce il visitatore ad una terrazza belvedere affacciata sulla profonda ed ampia CALDEIRA del vulcano. Le nuvole si rincorrono veloci e cercano di celare alla nostra vista le dimensioni di questo spettacolo: 2000 metri di diametro, 400 metri di profondità, 7 km di perimetro, il tutto circondato da una vegetazione a dir poco esuberante.

Percorriamo ancora pochi chilometri verso l’estrema parte occidentale dell’Isola, ed un paesaggio completamente diverso si presenta ai nostri occhi. Siamo a Ponta dos Capelinhos, uno dei luoghi in cui ancora oggi si può osservare ciò che resta delle ultime manifestazioni di attività vulcanica a Faial.
Il Vulcano dos Capelinhos cominciò a manifestare la sua attività nel 1957/58, creando dal nulla una nuova parte dell’isola, formata dalla sedimentazione delle sue ceneri. In un paesaggio arido e desertico, facilmente assimilabile a quello lunare, svetta l’antico Faro, ancora in parte sommerso dalla cenere.

IL PORTO SICURO
Nonostante tutte queste meraviglie, Faial è anche e soprattutto l’isola dei velisti. Le banchine del porto di Horta non sono grigie e anonime, bensì piene di vita, di colori, di testimonianze, in quanto per tradizione e scaramanzia, ogni equipaggio che giunge sin qui durante una traversata dell’Oceano Atlantico, è tenuto a lasciare un segno tangibile del suo passaggio, disegnando un murales su cui in genere viene riportato il nome dell’imbarcazione, la nazionalità e il luogo di provenienza. Ce ne sono decine e decine e ogni giorno se ne aggiunge qualcuno, disegnato da chi magari è arrivato nella notte.

Tra questi, a bordo di “BLUE DRAKE”, incontriamo anche un italiano. Nato a Chioggia, da famiglia di origine istriana, Angelo Preden ha dedicato al mare una vita intera. (Per informazioni: www.ventomare.it)

La sera l'appuntamento per tutti e al Cafè Sport, o meglio da Peter's. Inaugurato il giorno di Natale del 1918, il Peter’s di Horta è sicuramente il bar più famoso dell’Atlantico Settentrionale, e da 90 anni assiste impassibile alle sfilate dei più grandi navigatori del mondo, di molte celebrità e di una moltitudine anonima che continua a trovare riparo qui, tra queste isole ritorvate. (Fine, SDF)

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