PERU' 3.

MAGICO PERU’
Terza parte
DALLA VALLE DEL COLCA AL LAGO TITICACA
All’alba il sole fa fatica a riscaldare la Valle del Colca circondata com’è da alte montagne. Situato lungo le sponde dell’omonimo Rio, lo splendido Colca Lodge, in cui abbiamo trascorso la notte, ci saluta augurandoci buona giornata.
Lungo la strada incrociamo i primi campesiños che si recano al lavoro. Ad attenderli 6.000 ettari di terrazzamenti, geometricamente incastrati e splendidamente disposti: è questa, metro più metro meno, la superficie totale che le antiche popolazioni incaiche e preincaiche hanno saputo trasformare, da aridi e scoscesi pendii montani, in fertili e scenografici terreni coltivabili.
Restiamo ammirati ad osservare il risultato di tanta operosità ma questa mattina abbiamo fretta. dobbiamo raggiungere al più presto il Mirador La Cruz del Condor.
Qui altri turisti sono già in “pole position”: 1200 metri sotto di noi scorre il Rio Colca, di fronte salgono verticali le pareti del monte Mismi. Dalla sua vetta al fondo del Canyon il salto è di 3.400 metri, un dislivello record che per anni gli è valso il titolo di faglia più profonda del mondo (almeno fino a qualche tempo fa quando, sempre in Perù, è stato scoperto un altro canyon leggermente più profondo).
Ma a spingere noi ed altre decine di turisti fin quassù è stato qualcos’altro. Questo infatti è il regno dei Condor delle Ande. Ogni mattina, puntuali, sfruttano le calde correnti ascensionali per risalire il vallone e librarsi maestosi nell’aria.
Con i loro tre metri di apertura alare planano velocemente davanti ai nostri occhi emozionati. Minuti che durano un attimo, poi scivolano via inghiottiti nella nera profondità del canyon.
Nel frattempo un colorato mercatino si è andato componendo attorno all’imponente Croce del Mirador, per far fronte alla domanda di souvenir che non conosce crisi neanche ad alta quota.
Sulla via del ritorno abbiamo più tempo per osservare con calma l’incredibile paesaggio che ci circonda. A seconda della stagione e delle diverse colture gli appezzamenti di terreno assumono colori diversi come una tavolozza in continuo mutamento.
Quella che dovrebbe rappresentare una mappa precolombiana dei terrazzamenti appare scolpita su un masso sul ciglio della strada.
I punti strategici, da cui si godono i panorami migliori, sono puntualmente presieduti dalle donne del posto che in attesa dei turisti non smettono di sferruzzare. Giungono dai piccoli villaggi circostanti, con le case di fango e paglia strette attorno alla bianca chiesa.
Davanti a quella di Yanque, risalente al XVIII secolo, un gruppo di ragazzini in costume ci attende per eseguire davanti a noi una tipica danza folkloristica. A prima vista, può sembrare una messa in scena ad uso turistico, in realtà per loro è un modo colorato e simpatico per guadagnare due soldi divertendosi, mantenendo viva al contempo una tradizione destinata altrimenti a scomparire.
Terminata la festa facciamo nuovamente sosta a Chivay, il borgo più grosso dell’intera vallata: oggi è giornata di mercato.
Sui panni, nelle ceste o sulle bancarelle improvvisate, trovano posto le innumerevoli varietà di verdure e pannocchie coltivate nei dintorni. A sorprenderci sono soprattutto i vestiti splendidamente ricamati delle donne ed i loro cappelli, che a seconda della forma indicano il gruppo etnico di appartenenza, Cabañas o Collaguas, e la zona da cui provengono.

VERSO LE SORGENTI DEL COLCA
A malincuore lasciamo Chivay, per risalire questa volta il corso del Rio Colca, ed andare, se possibile, fino alle sue sorgenti. Ci immergiamo così in un altro paesaggio, completamente diverso: una costante di questo viaggio attraverso il Perù la cui scenografia appare sempre in movimento.
Dove le persone o la storia non sono ancora arrivate, è stata la natura a plasmare la materia, dando vita a formazioni rocciose incredibili: come i famosi Castelli di Callalli, o la foresta pietrificata fatta di torri e pinnacoli. Tutto attorno il silenzio, come è giusto che sia.
La strada sterrata adesso si inerpica verso il cielo. Lungo il cammino incrociamo solo qualche bus di linea: torpedoni colorati che avanzano nella polvere.
E finalmente le sorgenti del Colca, o forse no. L’acqua effettivamente sembra sgorgare dal terreno ma non esiste nessuno cartello che ce lo confermi. Non importa: d’altra parte la nostra era solo una scusa per compiere una deviazione e battere nuove rotte, e come sempre ne è valsa la pena. Ma altre sorprese comunque ci aspettano all’orizzonte.
Più avanti ritroviamo l’asfalto e la strada per Puno. Al Ristorante El Imperio, un’altra sosta non programmata, ci consente di conoscere il bizzarro titolare: El Tigre di Santa Lucia, ma soprattutto di assaggiare la specialità della casa: la trota, appena pescata e già pronta per finire sulla tavola.
Si è fatto tardi. La strada per Puno e il Lago Titicaca è ancora lunga ed il sole è stanco di aspettarci.

IL LAGO TITICACA
E’ proprio sull’isola del Sole che nacque Manco Capac, il primo imperatore Inca. A questo pensiamo mentre all’alba le acque del lago si colorano d’oro. Assieme a quella della Luna oggi l’isola appartiene alla Bolivia, Paese con cui il Perù divide equamente la superficie e le coste di questo che è il lago navigabile più alto del mondo, il più grande dell’intera America Latina, ed è in grado di offrire al visitatore paesaggi ed emozioni uniche ed indescrivibili.
Saliamo sull’imbarcazione che ci porterà alla scoperta di questi paesaggi e di questo mondo incredibile, testimone di antiche culture e tradizioni.
Siamo a 3827 metri di quota e la temperatura media delle acque, popolate da numerose specie di pesci che si nutrono e si nascondono tra le piante di “totora”, si aggira fra gli 11 ed i 15 gradi.
Le diverse barche che incrociamo appartengono agli abitanti delle oltre quaranta isole che costellano il lago e che oggigiorno vivono soprattutto di pesca e turismo. La principale attrazione è costituita da Las Islas Flotantes, le isole galleggianti degli antichi indios Uros, i cui discendenti ci accolgono sorridenti con tanto di regalino portafortuna.
CLEVER APAZA, la nostra guida locale ci chiarisce subito che i matrimoni misti, con gli indios di lingua aymara, hanno in realtà provocato la totale scomparsa degli Uros di sangue puro, una tribù che aveva iniziato quest’insolita esistenza galleggiante diversi secoli or sono, nel tentativo di sfuggire a quelle rivali dei Colla e degli Incas.
Oggi, alle inevitabili invasioni quotidiane dei turisti, gli abitanti rispondono con uno sbarramento di prodotti artigianali e souvenir in grado di far breccia nella volontà dello straniero, desideroso sempre e comunque di portarsi a casa uno spicchio di mondo altrui.

La loro vita – prosegue Clever - era ed è strettamente legata alla totora, una pianta che cresce in abbondanza nelle acque basse del Lago Titicaca, e che viene raccolta ed utilizzata per fare di tutto: a partire dalle isole stesse, formate da molteplici strati di canne, i quali marciscono progressivamente sul fondo, e in superficie vengono ricoperti continuamente con canne nuove per consolidarli.
Anche le ”balsas”, le loro curiose imbarcazioni a forma di canoa e con il muso di drago, che ricordano le navi vichinghe, sono fatte di totora. Resistono circa un paio di anni, prima di iniziare a marcire, e vengono utilizzate per il trasporto, la pesca e per il diletto dei turisti, che amano scivolare sul lago vivendo, in minima parte, la stessa emozione che il norvegese Thor Heyerdahl provò a bordo del Kon Tiki, l’oramai leggendaria barca, costruita qui con la medesima tecnica, e con cui intraprese il viaggio tra la costa peruviana e la Polinesia.
Anche noi lasciamo le isole galleggianti ed i suoi simpatici abitanti per dirigere la prua della nostra imbarcazione a motore verso lo stretto di Tiquiña, che divide l’intero bacino, lungo 176 km e largo 50, in due parti distinte: il lago Pequeño, dove ci troviamo ora, e quello Mayor che raggiungeremo in un paio di ore.
TAQUILE: UN'SOLA FUORI DAL TEMPO
Ad attenderci questa volta è un’isola vera e propria: quella di TAQUILE, famosa per la sua bellezza e la fertilità dei suoi terreni caratterizzati da terrazzamenti di epoca precolombiana.
Sbarchiamo sul versante orientale. Da qui il sentiero a gradoni si presenta meno ripido e più agevole, almeno a parole.
In cima alla salita un arco in pietra segna l’ingresso alla piazza.
E’ questo il centro della piccola comunità indigena di etnia e lingua quechua, che conta in tutto 1600 persone, e conserva tuttora le abitudini e le usanze degli antenati.
A colpirci sono in particolare gli uomini: seduti o in movimento, sembra che passino tutto il loro tempo a sferruzzare per confezionare sciarpe, guanti e gilet, ma soprattutto i loro tipici copricapo di lana, lavorati a maglia fitta, che indossano bianchi se sono sposati, e rossi e bianchi se non lo sono.
Alle donne è riservato il compito di filare la lana e di occuparsi dei campi che dalla sommità dell’isola, posta a 3950 metri, degradano dolcemente fino al mare.
Le norme comunitarie ed il senso di appartenenza regolano la vita di tutti gli abitanti dell’isola che, ogni anno eleggono il sindaco, un gobernador e trenta consiglieri, e ogni domenica, sulla pubblica piazza discutono i problemi della collettività e si ripartiscono i soldi ricavati dalla vendita dei vari prodotti artigianali esposti nella sede della cooperativa.
Hanno allestito anche un minuscolo museo che, attraverso gli oggetti ed i prodotti della terra, parla della loro vita quotidiana e presenta al visitatore alcune curiosità.
E’ giunta per noi l’ora di imboccare il sentiero che conduce al mare. Anche il numero dei visitatori che possono sbarcare e dormire sull’isola infatti è gestito dalla popolazione locale che, grazie a questa forma di controllo, ha la possibilità di mantenere il turismo a un livello che essa ritiene ragionevole preservando così nel tempo le propria usanze e la propria unicità.
Quando arriviamo nella baia di Puno ci restano solo gli occhi per ammirare l’ultimo spettacolo fatto di luci e colori, col cielo e il lago a far da protagonisti e la città coloniale a brillare sullo sfondo. (fine 3^ parte) (SDF)
