PERU' 2.
MAGICO PERU’
Seconda parte
DA NAZCA ALLA VALLE DEL COLCA
Riparte dal piccolo aeroporto di Nazca, 450 km a sud di Lima, il nostro viaggio attraverso il Perù. Il pilota ci indica sulla mappa ciò che abbiamo visto decine di volte alla televisione ma che da qui a qualche minuto vedremo finalmente dall’alto e dal vero: le famose Linee di Nazca.
Al momento del decollo sotto di noi si apre la Pampa Colorada, un immenso deserto sassoso, oggi attraversato dalla Panamericana Sur, con al centro l’oasi di Nazca dove dal 200 all’ 800 d.C. fiorì l’omonima civiltà. Ad essa si deve quello che a noi, a prima vista, appare come un groviglio inestricabile di linee rette e curve che solcano il terreno pietroso che sfila perpendicolare sotto le ali del Cessna impegnato in ardite acrobazie, ma in cui la studiosa tedesca Maria Reiche, dopo anni di studi e ricerche riuscì a distinguere, più di 30 figure zoomorfe di grandi dimensioni. La scimmia, il condor, la balena, il ragno assieme agli altri disegni, la cui immediata individuazione dal finestrino non è comunque facile, rappresenterebbero secondo la tesi della Reiche “un calendario astronomico tracciato dagli antichi abitanti del luogo per convincere gli dei a proteggere il loro lavoro di agricoltori e di pescatori”.
Altri studiosi hanno formulato ipotesi diverse, e a loro modo suggestive, tra cui quella secondo cui si tratterebbe di segnali di avvistamento per astronavi di fantomatici extraterrestri.
In realtà, attorno a queste linee il mistero rimane sempre vivo, così come il fascino che esercitano e che forse nasce anche dallo splendido scenario in cui si trovano.
All’epoca preincaica, risale anche l’ACUEDUCTO de CANTALLO, ovvero l’acquedotto sotterraneo costruito dai Nazca per canalizzare le acque delle montagne circostanti e della falda freatica e tutt’ora utilizzato per irrigare i campi vicini dove si coltiva il cotone. Vennero impiegate grosse pietre di fiume, poste a sostegno delle pareti dei canali, collegati a pozzi sotterranei a spirale, che scendono fino a 400 metri sotto terra. Volendo è possibile entrare nei condotti attraverso las ventanas (le finestre) che la gente del posto usa per effettuare la pulizia annuale dell’acquedotto: un’esperienza piuttosto umida e claustrofobica.
Preferiamo andare a visitare un laboratorio di vasai poco distante, dove, il signor “Toby” ci illustra le tecniche utilizzate, a suo dire, in passato dai Nazca per produrre le splendide ceramiche policrome e pluridecorate per cui divennero giustamente famosi e che lui stesso adopera ancora oggi per riprodurre più o meno fedelmente le forme dei vasi e dei recipienti che a quella civiltà si ispirano.
Il tutto passa poi sotto le abili mani delle tre sorelle e della moglie, cui spetta il compito di decorarli con tinte naturali e pennelli finissimi ricavati dai capelli dei bambini.
Alla successiva epoca Incaica risalgono invece le rovine de Los Paredones, che si estendono, non molto ben conservate, su un’area piuttosto vasta nella zona periferica della cittadina.
Si trattava di una vasta struttura in adobe (ovvero in mattoni), costruita molto probabilmente per conservare i prodotti della campagna e alloggiare altresì i corrieri che venivano o andavano a Cuzco, la capitale dell’impero inca.
Questa zona infatti era ed è conosciuta anche per le sue miniere di oro nascoste tra le montagne che delimitano il deserto.
Ancor oggi i cercatori, dopo aver trascorso 5-6 giorni sotto terra ed aver raccolto un quantitativo sufficiente di materiale roccioso contenente presumibilmente oro, scendono a valle per recarsi in un “Local particular” dove, attraverso una ”chancadora” ovvero una macina, un mortaio detto “kimbalete”, l’utilizzo del mercurio e di tecniche antiche ma sempre efficaci, riescono ad estrarre dalla massa rocciosa le agognate pagliuzze e le pepite dorate.
L’ultima tappa di questo nostro breve soggiorno a Nazca riporta a visitare l’interessantissimo Museo didattico Antonini, aperto da pochi anni grazie alla collaborazione ed al supporto economico del Centro Italiano di Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane.
Qui il visitatore ha l’opportunità di approfondire la propria conoscenza su tutto ciò che riguarda l’antica Civiltà di Nazca.
Dai vasi alle linee, dai canali di irrigazione alle varie camere sepolcrali, tutto viene presentato in modo fruibile e coinvolgente grazie ad un allestimento curato e metodico. La nostra attenzione in particolare viene calamitata dalla bacheca che espone i vari prodotti coltivati in epoca preincaica: mais, arachidi, cotone, fagioli, manioca….
ViAGGIANDO VERSO SUD
Il mattino successivo sono le note di un gruppo di suonatori locali a darci la sveglia e ad accompagnarci fin dopo la nostra partenza.
Continuiamo a puntare verso sud. Procediamo nel consueto paesaggio desertico che caratterizza la l’intera fascia costiera del Perù.
La sabbia, a volte, sembra voler coprire tutto, dando vita ad un paesaggio spettrale e suggestivo che merita comunque una sosta.
Poco oltre un’enorme frattura nel terreno che corre parallela alla strada ci rammenta che questa è un’area ad alto rischio sismico. Quella delle Ande infatti è una catena montuosa giovane, ancora in fase di sollevamento. Processo che determina una notevole instabilità geologica e provoca frequenti terremoti.
D’altra parte il ritrovamento nella vicina zona di Sacaco, di uno scheletro fossile di balena, ancora incredibilmente intatto, è la riprova che fino a poche migliaia di anni or sono qui c’era il mare. Lo testimoniano altresì le conchiglie, i denti di squalo e gli altri fossili rinvenuti nell’area e conservati, in parte, nel piccolo museo allestito sul posto.
Più avanti la Panamericana comincia a salire lungo la costa disegnando una serie infinita di curve malvagie a picco sul mare. Sul ciglio, a piccoli gruppi, le croci di chi è andato dritto. Sotto impavidi giovanotti pescano a mani nude sugli scogli.
Il paesaggio cambia in località Puente Camàna. Siamo alle foci del Colca, il fiume di cui nei prossimi giorni cercheremo le sorgenti. Le sue acque hanno reso coltivabile il terreno trasformato, dal paziente lavoro dell’uomo, in una geometrica sequenza di risaie dal colore verde smeraldo.
E’ ora di puntare verso l’interno. Man mano che avanziamo la strada sale, il paesaggio cambia ed il cielo sembra aprirsi. Raggiungiamo la zona degli altopiani in fondo alla quale, avvolte nella foschia si intravedono le ombre delle prime montagne. Anche qui il terreno è arido e secco ma negli anni ’90 l’ex presidente Fujimori portò avanti una campagna per l’irrigazione, e contro la desertificazione, che ottenne un certo successo; tant’è che oggi, lungo la strada, si incontrano diversi allevamenti di bovini che pubblicizzano i loro prodotti caseari con grandi cartelli.
Quando giungiamo nei pressi di Arequipe il sole è tramontato e la luna già splende sulle alte cime del Chachani, del Misti e del Pichu Pichu, i vulcani che dominano l’intera vallata.
AREQUIPE: LA CITTA' BIANCA
E’ al mattino che la “città bianca” abbaglia il turista con le facciate linde e luminose delle costruzioni del suo centro storico, edificate con il “sillar”, una roccia chiara eruttata dal vicino Chachani.
Plaza de Armas, circondata su tre lati da eleganti palazzi con portici, è il cuore di questa città che, con oltre 1 milione di abitanti, è la seconda del Perù e sorge a 2330 metri sul livello del mare. E’ dominata dalla mole della Cattedrale tanto imponente all’esterno quanto spoglia all’interno.
La chiesa più bella però si trova all’angolo opposto: è quella dei Gesuiti e spicca per l’armoniosa facciata decorata con bassorilievi a filigrane di pregevole fattura che rivelano l’influenza indigena, mentre la concezione globale è un esempio fulgido del barocco spagnolo e meticcio. Nell’interno, soltanto l’altare maggiore, i cui intagli sono ricoperti da una sottile lamina d’oro, ha conservato tutta l’ originale opulenza barocca. Le variopinte pitture murali dell’antica sacrestia, attualmente in fase di restauro, vennero alla luce solo col grave terremoto che, nel 1960 colpì gravemente la città lasciando fortunatamente indenne l’edificio.
Accanto alla chiesa, dall’ingresso che si affaccia su calle Santo Domingo, si accede a quello che fu il Convento dei Gesuiti, restaurato nel ’74, e trasformato oggi in un luogo di incontro in cui sono ospitati anche alcuni negozi di artigianato.
Passeggiando per le vie di Arequipe, non sono molte purtroppo le case, i palazzi, le chiese risalenti all’età coloniale che hanno superato indenni i diversi terremoti che hanno colpito la città nel corso dei secoli. La loro presenza tuttavia è sufficiente per testimoniare l’importanza ed il ruolo che essa ha avuto nella regione a partire dalla sua fondazione spagnola, avvenuta il 15 agosto 1540.
Anche la costruzione del Monastero di Santa Catalina, le cui alte mura fiancheggiano l’omonima Calle, si devono ad una ricca vedova spagnola – Maria de Guzman – che lo fondò nel 1580. Aperto al pubblico solo nel 1970 questo, che in realtà era un convento delle monache domenicane di clausura, si presenta al visitatore come una piccola città nella città, estesa su un’area di oltre 20.000 metri quadrati.
Gli edifici color pastello, i vicoli stretti e tortuosi, le piazzette pittoresche e gli armoniosi chiostri ricordano nel loro insieme i borghi andalusi. Qui per oltre tre secoli vissero in “imperfetta” solitudine 450 persone: di cui, un terzo ragazze provenienti dalle migliori famiglie spagnole e costrette dalle regole dell’epoca a farsi monache di clausura, le altre trecento serve o schiave alle loro dipendenze. In realtà sembra che fino al 1871 il regime interno non fosse poi così rigido, tant’è che il papa, infastidito dalle voci che descrivevano quello di Santa Catalina più come un club esclusivo che un convento, vi inviò Josefa Cadena, una severa suora domenicana con il compito di mettere a posto le cose.
Negli ultimi100 anni il Monastero ha visto diminuire progressivamente il numero di ragazze ospitate, la sua importanza e la sua ricchezza, finendo per dover aprire le sue porte ai turisti, ben felici di poter passeggiare tra le vie di questo luogo magico e meraviglioso.
La bellezza ed il fascino di Arequipe sono legati anche alla sua posizione, in quota, al centro di una fertile vallata, dominata dalle cima spesso innevata del vulcano El Misti alto 5825 metri, cui si affiancano il Chachani, 6075 metri, e il Pichu Pichu, 5660 metri.
Gran parte della popolazione si dedica all’allevamento di pecore o dei simpatici e curiosissimi lama, oppure all’agricoltura, sfruttando al meglio i terreni terrazzati realizzati già dagli Incas, che assicurano generosi raccolti, due e anche tre volte all’anno.
All’imbrunire, una passeggiata a cavallo ci consente di apprezzare al meglio il paesaggio della campagna circostante dove è ancora il sole a scandire il ritmo della giornata. Raggiungiamo il sobborgo di Paucarpata che vanta una bella chiesa coloniale, ed il vicino Mulino di Sabàndia, costruito nel 1621 e restaurato una trentina di anni or sono.
E’ l’ora in cui le donne, con i loro fasci d’erba, lasciano i campi mentre gli uomini ritornano lentamente verso casa. E’ l’ora in cui la luna, puntuale, riprende il suo posto tra la rosate cime del Chachani, del Misti e del Pichu Pichu.
VERSO LA VALLE DEL COLCA
All’alba lasciamo Arequipe per proseguire il nostro viaggio. Saliamo verso nord-ovest seguendo il tracciato della strada per Puno che si inerpica con stretti tornanti lungo le pendici del Chanchani, in un paesaggio di rara bellezza. Gli aridi altopiani sono attraversati da profonde vallate rese verdi e fertili da un progetto denominato SIERRA VERDE voluto a suo tempo dall’ex presidente Fujimori.
Incrociamo anche i binari della ferrovia costruita nel 1870 per togliere dall’isolamento in cui si trovava Arequipe e collegarla alle città di Puno e Cuzco. Correndo in certi tratti parallela alla strada, attraversa la Riserva Nazionale di Cañahuas, o di Salinas Y Aguada Blanca, dove di recente, con l’aiuto del WWF, sono stati reintrodotte alcune centinaia di esemplari di vigogne, che con un po’ di fortuna si possono anche avvistare.
E’ questo il più grazioso ed il più selvaggio dei quattro membri della famiglia dei camelidi sudamericani che conta al suo interno anche il lama, l’alpaca ed il guanaco, oramai quasi scomparso da questa zona.
Il lama e l’alpaca, che incontriamo spesso durante il nostro cammino e che non sempre riusciamo a distinguere a prima vista, sono addomesticati da migliaia di anni. Il primo viene usato soprattutto come animale da soma ed è in grado di trasportare fino a 25 kg di peso. L’alpaca, un po’ più piccolo, viene addomesticato quasi esclusivamente per sfruttarne la lana, che è più fine e pregiata di quella della pecora.
Vivono preferibilmente sugli altopiani e si nutrono della tipica vegetazione della puna, caratterizzata da arbusti, erbe resistenti, e da una particolare pianta piccola e compatta che forma una sorta di tappeto verde duro e ceroso, chiamato laretta.
Un mercatino lungo la strada rappresenta sempre una buona scusa per fare una sosta. I bimbi con in braccio un agnellino, posano consumati per le foto dei turisti, in cambio di qualche Sol, mentre le madri espongono i prodotti del loro artigianato caldo e colorato.
Noi ne approfittiamo per acquistare anche un sacchetto di foglie di coca, che qui è lecito, anzi necessario, masticare per evitare se possibile i malesseri legati all’altitudine, una volta superati i 4000 metri.
Poco più avanti, un cartello ci invita ad una deviazione per andare a visitare Las Cuevas de Sumbay. Per raggiungerle dobbiamo trovare il custode che abita nel villaggio più vicino.
Sorpresa: è una signora sulla settantina che ci fa strada lungo un sentiero impervio camminando di gran lena. Le grotte, protette da una rete metallica, si trovano all’interno di un canyon scavato nel corso dei millenni da un rio le cui acque oggi scorrono placide.
Sulle pareti numerose incisioni rupestri datate 3000 a.C. ritraggono soprattutto animali, probabilmente lama e alpaca, ma anche un uomo mentre sta cacciando con l’arco, ed un felino, forse un puma nell’atto di attaccare. La custode ci mostra anche le altre incisioni presenti sulle pareti di una seconda grotta ma non sa aggiungere nulla di più circa il loro significato e gli autori che per noi rimarranno un mistero.
Giunti al Passo dei Vulcani, a quota 4.800, la foto è di rito, mentre sullo sfondo si erge maestosa la mole del Misti con i suoi 5825 mteri. Da qui la strada scende ripida e tortuosa verso la Valle del Colca, la nostra meta, tuttora ricamata da un’infinita rete di terrazzamenti di origine incaica e preincaica, tra i più vasti che si possono ammirare in Perù.
Nel centro della Valle sorge Chivay una vivace cittadina che visiteremo con calma domani, giorno di mercato. Attraversiamo il Puente del Inca, di cui solo le fondamenta risalgono al periodo precoloniale, e ci troviamo sulla destra orografica del Rio Colca le cui acque hanno scavato il mitico Canyon, per ammirare il quale siamo giunti sin qua. Purtroppo oggi non c’è più tempo per percorrerlo con calma il sole infatti sta già per tramontare.
Raggiungiamo il Mirador de Ocolle, affacciato su un anfiteatro naturale con coltivazioni a terrazze dal microclima unico, ancora sfruttate dalla gente del posto.
Qui mamma e figlia vestite con l’abito tipico della festa, ad uso foto-cartolina, ci invitano ad andare a visitare anche il vicino villaggio di Coporaque. Una porta ad ogni angolo della piazza, case colorate su tre lati ed una chiesa racchiusa fra due torri campanarie: dopo tante emozioni Coporaque con la sua pace e la sua tranquillità è il posto ideale per prepararsi ad un nuovo giorno. (fine 2^ parte) (SDF)