PERU' 1.

MAGICO PERU’ Prima parte DA LIMA A PARACAS

MACHU PICCHU, l’antica città scomparsa dell’impero Inca, è ancor oggi il più conosciuto ed importante sito archeologico e turistico dell’intero Perù, un Paese stupendo dal punto di vista naturalistico e ricchissimo dal punto di vista storico, artistico, archeologico. Ma in realtà così come gli Incas rappresentano solo l’ultimo anello di una lunga serie di civiltà peruviane sorte nell’arco di migliaia di anni, come i Moche, i Chavìn, i Wari, così Machu Picchu dovrebbe rappresentare per il turista solo l’ultima tappa di un lungo viaggio di conoscenza attraverso il Perù: il punto di arrivo di un percorso affascinante e coinvolgente, attraverso la geografia, la storia, le leggende, le tradizioni ed i costumi tuttora diffusi e radicati nell’animo dei QUECHUA, i discendenti diretti del grande impero degli INCAS. Coi loro visi bruciati dal sole e dal vento, ed i loro sorrisi tra il dolce e l’ingenuo, accompagnano il viaggio dello straniero dagli immacolati ghiacciai della Cordigliera, alle pescose coste del Pacifico, dall’arido paesaggio della “puna” alle rigogliose foreste amazzoniche, in un caleidoscopio di colori resi ancor più vivi dall’atmosfera rarefatta che si respira quassù dove, quasi senza accorgersi, si superano spesso i 4.000 metri. Terzo paese del Sud America in ordine di grandezza, il Perù si estende su una superficie di 1.285.215 kmq, pari a quattro volte l’Italia. A nord confina con Colombia ed Ecuador, a est con il Brasile, a sud con Bolivia e Cile, mentre a ovest si affaccia per ben 2.300 km sull’Oceano Pacifico.

LIMA Iniziamo il nostro viaggio partendo da Lima, la capitale del Perù, in cui oggi vivono ben otto dei 24 milioni di abitanti dell’intero Paese. Plaza de Armas, è il cuore del “casco antiguo”, il vecchio centro storico della città, che fondata da Francisco Pizarro il 6 gennaio 1535, venne chiamata in omaggio ai Re Magi : “La Città dei Re”. Purtroppo nessuno degli edifici che un tempo sorgevano intorno a questa grande piazza di 140 mq., è arrivato fino a noi e le uniche e più antiche testimonianze del passato sono costituite dall’imponente fontana bronzea al centro, risalente al 1650, e dalla cattedrale, ricostruita dopo il devastante terremoto che nel 1746 rase al suolo tutta la città. Sorge nel luogo dove Francisco Pizarro aveva posto la prima pietra di fondazione della prima chiesa di Lima e, diversamente da molte chiese latino americane, colpisce per la sobrietà del suo interno. Qui, nella prima cappella laterale destra, completamente circondata da 4 milioni di tessere di mosaico eseguito dal veneziano Antonio Mantellato, trova spazio la tomba che accoglie i resti del Conquistador. Come ci spiega la nostra guida locale - sull’autenticità delle spoglie di Pizarro per anni si svolse un animato dibattito, fin quando, all’inizio degli anni Ottanta, i veri resti, vennero scoperti nella cripta e furono successivamente trasferiti nella cappella, mettendo d’accordo tutti gli studiosi.

Anche tutti gli altri edifici che prospettano su Plaza de Armas sono espressione delle autorità reali, civili ed ecclesiastiche dell’epoca coloniale ma nella loro attuale forma risalgono alla prima metà del Novecento: come il Palazzo Arcivescovile, impreziosito da eleganti balconi in legno, di ispirazione arabo-andalusa e tipici della Lima coloniale, o la Municipalidad, il municipio, anch’essa ricostruita nel 1945 con balconi in stile neocoloniale. Allo stesso periodo appartiene il Palazzo del Governo, situato sul lato nord orientale della piazza e dominato dalla bandiera peruviana e da quella arcobaleno del popolo Quechua. Voluto da Pizarro che nelle sue stanze poi venne assassinato, fu successivamente la dimora di viceré e presidenti, ed ogni giorno è sorvegliato dalle guardie presidenziali nelle loro bellissime uniformi. Le vie che si dipartono perpendicolari e rettilinee dai quattro angoli di Plaza de Armas, finiscono per formare una scacchiera in cui per il turista è oltremodo facile muoversi. Imbocchiamo Calle Carabaya, in fondo alla quale sorge l’antica Stazione dei Treni oggi trasformata in uno spazio espositivo polivalente. All’angolo, il Bar Cordano è il caffè più vecchio della capitale: e ha visto sicuramente tempi migliori. Da qui si intravede già l’imponente facciata del Monastero di San Francesco, fondato nel 1546, ricostruito nel 1672 ed affacciato su una piazzetta in festa. Colori sgargianti, profumi intensi, le statue portate in processione, le bancarelle ricolme di cibo, la banda che suona marciando, le maschere che ballano tra la folla: Lima ed il Perù sono anche questo. Feste religiose e civili si intrecciano quotidianamente, scandendo con ritmi gioiosi il calendario di questo popolo allegro e sorridente per natura, nonostante il futuro incerto. La nostra visita del Monastero parte dal sottosuolo: qui, nelle catacombe che si sviluppano in un dedalo di gallerie, fino al 1810 venivano sepolti gli abitanti più ricchi della città, e si ritiene che i resti ossei tutt’ora conservati ed in parte visibili, appartengano a non meno di 70.000 salme. Fu proprio grazie alla protezione antisismica delle catacombe che, probabilmente, il monastero è sopravvissuto ai vari terremoti giungendo fino ai giorni nostri: dandoci la possibilità di ammirare l’annessa chiesa, il ricco Museo di Arte Sacra, la Pinacoteca, e l’armonioso chiostro di ispirazione moresca abbellito da preziosi azuleyos fatti arrivare appositamente da Siviglia.

Prendiamo l’auto per visitare velocemente qualche altro spicchio di questa metropoli in rapida espansione. Plaza San Martin, con al centro la statua equestre dedicata al generale-libertador Josè San Martin che combattè per l’indipendenza dell’Argentina, del Cile e del Perù, è una delle piazze principali della zona centrale di Lima. Continuando verso sud si giunge al Paseo de la Repubblica e alla Plaza Grau, da cui si dipartono l’omonima Avenida ed il Paseo Colon che segnano i confini meridionali del centro storico. Qui si realizzò l’urbanizzazione più prestigiosa dei primi decenni del Novecento, caratterizzata da viali alberati e ampi spazi verdi, circondati da importanti edifici neoclassici e liberty di influenza francese: tra cui il Palacio de Justicia ed il Museo d’Arte Italiano. Lungo la Via Expresa, l’arteria a scorrimento veloce che da alcuni anni attraversa longitudilmente l’area della capitale, gli edifici si fanno sempre più alti e più moderni. Un miraggio per i 200mila campesinos che ogni anno lasciano la propria terra e scendono dagli altipiani, illudendosi di trovare qui un lavoro ed una vita più comoda, e finiscono invece per ingrossare le fila di chi a stento sopravvive nei “pueblos jovines”, le baraccopoli prive di elettricità e di acqua corrente, che nascono lungo questa stessa strada, ma ai margini della capitale. Diversa è la vita per chi invece abita a MIRAFLORES, zone residenziale di Lima tra le più ambite da chi possiede discrete possibilità finanziarie. Con i suoi condomini vista mare, gli alberghi, i centri commerciali ed i ristoranti alla moda Miraflores si è trasformata in pochi decenni da un piccolo villaggio costiero separato e distinto dalla capitale, in un’elegante quartiere residenzial-commerciale. La domenica anche le coppie meno agiate si danno appuntamento qui, sulle panchine in stile Gaudì del Parque del Amor, dominato da un’enorme statua che raffigura una coppia che si bacia. Di fronte l’Oceano ricco di promesse, di insidie e tradimenti. Sotto, ai piedi della scarpata, si distendono per chilometri le lunghe spiagge di ciottoli su cui si frangono rumorose le onde minacciose che attirano i surfisti. Nel cielo, gli amanti del parapendio volteggiano silenziosi, come uccelli colorati sospesi nella Garua, la nebbia costiera che da aprile a dicembre offusca il sole, e avvolge la metropoli in un sottile velo di grigia foschia.

MUSEI DA NON PERDERE Lima è soprattutto una città ricca di Musei: il più importante dei quali è senz’altro il Museo Nazionale di Antropologia, Archeologia e Storia del Perù. Fondato nel 1945, da Julio Tello, il più famoso archeologo peruviano, è ospitato in un elegante edificio d’epoca con ampie sale e gallerie che prospettano su due grandi patii, e raccoglie la più completa ed interessante rassegna di reperti archeologici di tutte le civiltà peruviane, dalle origini agli Incas. La complessa civiltà inca, infatti, a cui in genere si pensa quando si parla del Perù, non fu in realtà che la fase ultima di uno sviluppo culturale e artistico durato millenni e rimasto in parte nascosto nella penombra della protostoria. E - come ci sottolinea la nostra guida – nonostante le peculiarità regionali, è possibile individuare percorsi simili, seppure non sempre paralleli nel tempo, che consentono di ripartire le varie epoche e culture in differenti periodi di sviluppo. L'itinerario museale ripercorre cronologicamente l’evoluzione storica ed artistica dei vari orizzonti e delle diverse civiltà proponendo all’interno di ogni singola sala gli oggetti più rappresentativi delle rispettive produzioni. Se le prime testimonianze culturali di cacciatori e raccoglitori documentate in utensili litici e zucche decorate, risalgono al cosiddetto Periodo Preceramico che va dall’8000 al 2000 a.C., è soprattutto a partire dal 1250 a.c. con l’inizio del Periodo Evolutivo o Formativo o Preclassico che si cominciano a vedere i primi corredi funerari e le ceramiche con decorazioni piuttosto semplici. Nel X secolo a.C. dappertutto furono eretti centri religiosi e le divinità erano rappresentate da animali feroci. A quel periodo risale la cosiddetta Stele di Raimondi, rinvenuta dal naturalista italiano nella zona archeologica di Chavin de Huantar, importante luogo di pellegrinaggio in cui si professava il “culto del giaguaro”. Il Periodo Classico o Fiorente vide la luce attorno all’anno zero e durò fino al 900 d.C. Nel corso di questi nove secoli le tecniche di lavorazione delle ceramiche e dei tessuti si affinarono e divennero oramai opera di specialisti. La Civiltà di Paracas (località situata 200 km a sud di Lima) era famosa soprattutto per gli splendidi manti funerari che rappresentano il culmine dell’arte della tessitura. Producevano pizzi e tessuti in cotone e lana di alpaca cui davano colori luminosi. Venivano raffigurati pesci, rettili, uccelli, mammiferi ed esseri umani. Gli scialli ed i mantelli servivano per avvolgere le mummie rinvenute rannicchiate in camere sepolcrali con crani deformati e numerose tracce di riuscite operazioni al cervello. La Civiltà di Nazca, affermatasi nel periodo immediatamente successivo sulla costa meridionale, si distingueva per le raffinatissime decorazioni delle sue ceramiche, in cui per la prima volta venne fatto uso di tecniche policrome. Il tipo di vasellame più diffuso aveva forma quasi sferica e due beccucci uniti tra loro con un manico. Contemporaneamente sulla costa settentrionale si affermava la Civiltà dei Moche, anch’essa famosa per l’eccezionale abilità nella produzione della ceramica, che assunse quasi i caratteri dell’arte plastica nella rappresentazione, iperrealistica, degli oggetti della vita quotidiana, ma con l’uso limitato dei colori tendenti alla monocromia. La stanza dei tesori ci proietta nel Periodo Post-Classico iniziato verso l’XI secolo, e che si distinse per l’espressione militare del Regno Chimù. Mentre stoffe e ceramiche diventarono prodotti di massa e rivelarono tracce crescenti di decadenza, l’oreficeria e l’architettura raggiunsero il massimo splendore. Gli orafi lavorarono prevalentemente argento, oro e rame, e produssero raffinate maschere funerarie, coppe tempestate di pietre preziose, orecchini con turchesi, conchiglie e oro, con cui i nobili indicavano la propria posizione sociale. E’ solo a questo punto che fanno la loro comparsa gli Incas, la cui produzione artistica si espresse a partire dal XIII secolo, soprattutto nelle opere edili, dove si apprezzano in particolare la capacità tecnica con cui sono state realizzate ed il loro gigantismo. E’ proprio l’arte della lavorazione della pietra, come avremo modo di vedere nel corso del nostro viaggio, che con gli Incas raggiunse la sua massima espressione.

Per avere un quadro ancor più completo della storia delle civiltà andine e della loro produzione artistica, prima di lasciare Lima è opportuno visitare velocemente anche un altro museo, quello dedicato a Rafael Larco Herrera, ingegnere agronomo e appassionato archeologo, allestito in un’elegante ex-hacienda di cotone del XVIII secolo. Con i suoi 55.000 pezzi, questo museo possiede la più vasta raccolta privata di ceramiche antiche peruviane. Imperdibile in particolare è la sezione di ceramiche erotiche che illustrano con abbondanza di particolari i fantasiosi costumi sessuali nell’antico Perù. A questo punto siamo pronti per ammirare anche l’annessa Mostra dedicata agli Ori ed i Gioielli del Perù, un vero compendio di ciò che è rimasto della migliore produzione orafa della civiltà Chimù, dopo le razzie perpetrate dagli invasori Spagnoli.

PARACAS E LE ISOLE BALLESTAS Il giorno dopo la partenza è all’alba. Le luci della notte ancora accese indicano che Lima dorme ancora. Imbocchiamo l’autostrada Panamericana Sur che da qui scende veloce, anche troppo, fino al confine cileno distante 1300 km, attraversando ampie distese di deserto interrotte solo qua e là da sottili strisce di terreno fertile. Ci vogliono circa tre ore per percorrere i 230 chilometri che ci separano da PARACAS, una piccola località di pescatori che dà il nome all’intera baia e all’omonima penisola che la delimita a sud. Qui si trova l’imbarcadero da cui avrà inizio la nostra prossima avventura. Davanti a noi ragazzi in gita scolastica si preparano a partire. I pescherecci sonnecchiano avvolti nella garua che ci ha seguito sin qui. Pellicani addomesticati ingannano l’attesa. Nulla lascia presagire ciò che vivremo... Non siamo ancora partiti e una coppia di delfini ci viene a salutare. Buon segno. Il motoscafo adesso può scivolar via veloce, la nostra meta sono le Isole Ballestas.

Da lontano assomigliano a gigantesche piattaforme rocciose piantate nelle acque, sovente increspate da onde imponenti, che nel corso dei secoli hanno scavato grotte e modellato archi naturali. Ma è avvicinandosi alle loro pareti rocciose ed agli scogli circostanti che comprendiamo il motivo del soprannome che si sono meritate di Piccole Galapagos. Immense colonie di cormorani, fregate, sule peruviane, gabbiani e pellicani, vivono appollaiati su questi scogli a pelo d’acqua. A contendere loro cibo e territorio ci sono colonie di foche, numerosi leoni marini e i più discreti e rari pinguini di Humboldt (che devono il loro nome al famoso esploratore e scienziato di origine tedesca). Lo spettacolo è affascinante, sembra di essere all’interno di un documentario scientifico. La nostra imbarcazione si aggira lentamente fra gli scogli mentre noi cerchiamo di individuare, catalogare ed immortalare i vari tipi di uccelli marini che la nostra guida ci indica in ogni istante. Le pareti di roccia sono letteralmente ricoperte dal loro guano che, sin dall’epoca inca, viene raccolto e venduto come fertilizzante. Incontriamo gli uomini che svolgono questa attività mentre si spostano da un pontile all’altro su una barca a remi: sono gli unici a poter mettere il piede su queste isole su cui vige altrimenti un divieto assoluto di sbarco. La spiaggia più lunga e tranquilla, è il luogo eletto dai leoni marini e dalle loro numerose compagne per l’accoppiamento. L’eco possente di ruggiti e lamenti riempie la baia. Vorremmo avvicinarci di più per godere lo spettacolo ma il rumore dei motori ed il fumo che ne fuoriesce rischiano di inquinare l’atmosfera. Gironzoliamo ancora per un po’incapaci di credere ai nostri occhi e di allontanarci da tanta bellezza. Sulla via del ritorno una deviazione ci conduce ai piedi degli scoscesi pendii della Penisola di Paracas su cui si staglia un gigantesco disegno, inciso nel morbido terreno e alto 150 metri. Lo chiamano El Candelabro anche se le teorie sul suo significato sono varie e contrastanti. Per alcuni raffigura un cactus, per altri la costellazione della Croce del Sud, mentre per altri ancora sarebbe una sorta di segnalazione per naviganti o per l’atterraggio di extraterrestri.

Terminata la gita in barca riprendiamo la nostra jeep per addentrarci nella vasta e deserta Peninsula di Paracas che, assieme alle Isole Ballestas, costituisce la Riserva Nacional de Paracas, ovvero la più importante riserva naturalistica della costa peruviana. Una volta pagato il biglietto d’entrata seguiamo una delle poche piste sterrate che sembrano perdersi nella sabbia e tra le dune. In realtà Eloy, il nostro autista, conosce alla perfezione questi terreni e ci conduce magicamente alla scoperta di un territorio affascinante, dai forti contrasti ambientali e cromatici, con ripide falesie rocciose e dune di sabbia color ocra che si stagliano contro il blu cobalto dell’oceano. I punti panoramici sono tanti quanta la voglia di fermarsi per assaporare la bellezza del paesaggio ed il silenzio che ci circonda rotto solo dal soffio del vento. Lagunilla, con le sue barche colorate addormentate nella baia, è il solo borgo della Riserva, abitato da sempre da pescatori. L’arrivo dei turisti ha spinto alcune donne ad aprire un paio di ristoranti con i tavolini in riva al mare. Il menù è un trionfo di pesce fresco cucinato all’istante. La strada prosegue restando approssimativamente parallela alla costa per giungere ad un altro punto panoramico in cima ad una scogliera. Da qui si ammirano splendide vedute dell’oceano con una colonia di foche e leoni marini impegnata a giocare sulle rocce sottostanti mentre miriadi di uccelli si librano nell’aria. Proseguendo verso sud le sorprese continuano e lo stupore non scema. Dal Mirador ammiriamo la Cattedrale, una grande sala di roccia coronata da un possente arco in pietra scavato dalle onde del mare. Più in là, come si conviene è il campanile, su cui nidificano colonie di gabbiani. Attorno è il deserto fatto di sabbia, colori, silenzi, sensazioni. Una minuscola laguna lungo la costa è abitata, da maggio a novembre, da una colonia di fenicotteri cui è legata una curiosa leggenda. Si dice che il Generale Libertador Josè San Martin, approdato sulla costa di Paracas l’8 settembre del 1820, stanco per il lungo viaggio si addormentò sulla spiaggia. Al risveglio vide passare uno stormo di fenicotteri e dalla visione delle loro sfavillanti ali tese nei raggi del tramonto egli trasse l’ispirazione per scegliere il rosso ed il bianco come colori della bandiera peruviana. (fine 1^ parte) (SDF)