SICILIA 3.
SICILIA: L'ISOLA DEL SOLE
Terza parte
EOLIE: LE SETTE SORELLE (secona ed ultima parte)
...Altre isole ci aspettano. Dopo aver visitato Lipari, Panarea e Stromboli, prosegue infatti il nostro viaggio attraverso l'arcipelago delle Eolie, situato di fronte la costa nord-orientale della Sicilia.
La quarta delle Sette Sorelle su cui stiamo dirigendo la prua è Salina. Vista da lontano, la valle che la divide in due rilievi la fa apparire come due isole diverse; per questo fu chiamata dai Greci Dydime, gemella. Il suo nome attuale, invece, è dovuto alle saline che in passato si trovavano dietro Punta Lingua nella zona sud-orientale dell'isola.
ALLA SCOPERTA DI SALINA
Col traghetto attracchiamo a S.Marina, da dove parte la nostra esplorazione. Per visitare al meglio Salina, che coi suoi 27 kmq è la seconda isola dell'arcipelago, ci hanno consigliato di noleggiare una Vespa.
Indossato il casco ci lanciamo lungo la tortuosa e panoramica strada che collega i diversi centri abitati. Salina è circondata da coste alte e dirupate ed è l'unica fra le isole Eolie ad avere sorgenti proprie, il che le ha permesso un certo sviluppo agricolo dandole, rispetto alle altre, il caratteristico aspetto di isola verde.
I due rilievi che la caratterizzano, di origine vulcanica, sono il monte dei Porri e il monte Fossa delle Felci che coi suoi 962 m, è anche il punto più alto dell'isola. Entrambi sono classificati come Riserva Naturale Regionale.
Tra di loro si allunga la Conca di Valdichiesa, le cui pendici sono ricoperte di vigneti dai quali si produce la famosa Malvasia.
A metà strada incontriamo il Santuario della Madonna del Terzito, cuore della devozione isolana e meta di pellegrinaggi. Proseguendo verso la costa meridionale raggiungiamo l'abitato di Leni, situato a 202 metri di altezza, da cui si gode il panorama sulla spiaggia di Rinella, che per la ricchezza della sua fauna ittica è divenuta una meta ricercata per gli amanti delle immersioni subacquee ed anche per i pescatori.
In effetti, grazie anche all'impegno ed il lavoro di alcuni gruppi di volontari, qui l'ambiente è ancora poco contaminato, e l'isola rappresenta una delle stazioni di transito preferite dagli uccelli migratori.
SULLE TRACCE DEL 'POSTINO'...
Ci rimettiamo in moto e puntiamo verso la costa occidentale dove, in splendida posizione a picco sul mare, sorge il borgo di Pollara. Una ripida strada a tornanti ed il mare separano questa località dal resto del mondo eppure, da alcuni anni a questa parte, è diventata meta di curiosi e appassionati di cinema: da quando, nel 1994, venne scelta come set per girare numerose scene dell'ultimo film di Massimo Troisi, 'Il Postino', con Mariagrazia Cuccinotta.
In realtà Pablo Neruda, con cui il Postino stringe amicizia, nel corso del suo esilio aveva soggiornato sull'isola di Ponza, ma scendendo sulla spiaggia di Pollara anche noi restiamo incantati dalla sua selvaggia bellezza e per un attimo ci sentiamo proiettati sul grande schermo.
Oggi i ricoveri delle barche scavati nella nuda roccia testimoniano di un passato povero legato alla pesca e sembrano guardare con curiosità i ricchi yacht alla fonda nella baia, espressione della nuova frontiera dell'economia isolana: il turismo.
Un turismo che si spera però intelligente ed ecocompatibile capace di apprezzare quello che Salina offre senza chiedere o pretendere nulla di più.
Il prodotto tipico di questo piccolo borgo è il cappero. Afrodisiaco, è il frutto simbolo delle Eolie, e si festeggia proprio qui nel primo weekend di giugno, con degustazioni di ricette e piatti tradizionali, offerti al pubblico nella piazza della chiesa di Sant'Onofrio.
Prima di riprendere la strada siamo incuriositi dall'idea di visitare la casa del pittore Pippo Cafarella, utilizzata, nella finzione cinematografica, come dimora di Pablo Neruda, interpretato dal bravissimo Philippe Noiret. Una catena ed un cartello invitano il visitatore a desistere dal proseguire, a meno che la casa non la si voglia prendere in affitto.
Attraversiamo Malfa, che sorge sulla costa settentrionale a 90 metri di altezza ed è dotata di un suggestivo porticciolo; e pochi chilometri più in là giungiamo a Capo Faro, da dove gettiamo un ultimo sguardo alle isole di Panarea e Stromboli laggiù in lontananza.
E' tempo per noi di salpare le ancore e fare rotta verso occidente.
VERSO FILICUDI
Il clima a bordo è rilassato. Ci lasciamo cullare dalle onde, sotto un sole caldo e generoso. Il mare scorre sotto la prua, il tempo per un attimo sembra essersi fermato.
Filicudi, dista circa 20 km da Salina e i fondali marini che la separano raggiungono in alcuni punti i 1000 metri. Gli antichi la chiamavano, Phoenicusa probabilmente per la ricca vegetazione di felci che la ricopriva o forse per la presenza sull'isola di empori fenici.
Nel mare si protende il capo Graziano che sembra sorgere dalle acque con la sua vetta di 74 metri, collegata all'isola da un sottile striscia di terra. In cima alla Montagnola del capo si trova un suggestivo insediamento risalente almeno al 1500 a.C. Nei pressi è vietato gettare l'ancora per cui ci limitiamo ad osservare dalla barca i resti di macine in pietra, per poi tuffarci in questo mare antico.
Di aspetto conico, l'isola è stata sempre poco abitata: anche oggi i residenti sono circa 200, ripartiti nelle frazioni di Filicudi Porto, di Pecorini e Valdichiesa. Tale abbandono ha permesso di mantenere pressochè inalterate le caratteristiche ambientali dell'isola, da sempre priva di sorgenti d'acqua dolce, e raggiunta dall'elettricità solo da una decina di anni.
ESCURSIONE INTORNO ALL'ISOLA
Diverse sono le escursioni che si possono effettuare: ma la più bella è senz'altro quella, sempre in barca, intorno all'isola, lungo le coste costituite da rocce a picco sul mare e segnate da terrazzi marini.
E' anche l'occasione per visitare alcune belle grotte. La più celebre è quella del Bue Marino che si dice sia abitata da una foca. Il suo nome in realtà deriva dal muggito che l'acqua produce talvolta rimbombando sotto la sua volta. La profonda cavità è preceduta da una rientranza di forma ogivale e si può vedere nel fondo una specie di spiaggetta. Per motivi di sicurezza è vietato entrarci con la barca ma a nuoto no.
Caratteristici di Filicudi sono gli scogli che la circondano.
Interessanti sono quelli di Nontenessari e dell'Elefante; ma il più fotografato è senz'altro il Faraglione La Canna alto ben 71 m. Con il mare calmo come oggi, la gara fra le imbarcazioni sta nel gettare l'ancora il più vicino possibile allo scoglio, proprio sotto La Canna, per vederla adagiarsi accanto alle stelle marine.
ALICUDI
Ripartiamo. Il nostro comandante tiene la rotta per 270 gradi. La nostra meta è Alicudi, l'isola più occidentale dell'arcipelago.
La sua superficie misura 5,2 kmq. E' costituita da un vulcano spento, la cui struttura si sviluppa in gran parte sotto il livello del mare. Dal territorio impervio, Alicudi ha il suo punto più alto nel Filo dell'Arpa che raggiunge i 675 m di altezza.
Anticamente l’isola era chiamata Ericusa per la presenza di boscaglie di erica di cui è ancora ammantata. I suoi 200 abitanti sono ragguppati sul pendio nord-orientale della montagna, più riparato dai venti e terrazzato da secoli dalla mano dell'uomo.
Si attracca nella banchina della Palomba sulla costa sud occidentale dell'isola. Qui si trova anche l'unica spiaggia che serve anche come riparo per le barche dei pescatori.
Alicudi e Filicudi, sono le meno visitate dal turismo di massa, sia per la loro posizione un po' fuori mano sia perchè non fornite di attrezzature ricettive di livello pari alle altre. Queste isole sono perciò consigliate a chi vuol trascorrere una vacanza lontana dai flussi turistici, priva di quello che si usa chiamare il comfort moderno. Proprio come succedeva a Nanni Moretti nel suo film 'Caro Diario'...
L'IMPORTANZA DELL'ASINO
Non essendoci strade l'unico mezzo di trasporto ammesso sull'isola è l'asino, particolarmente utile lungo i ripidi pendii e le scalinate che contraddistinguono il territorio.
Ad Alicudi si è mantenuta pura la struttura della tipica casa eoliana, che doveva difendersi dai venti e dal caldo, oltre che dal rischio sismico. Questa abitazione è compatta, con piccole aperture per l'illuminazione, tre o quattro vani non comunicanti tra loro ma aperti su un terrazzo comune delimitato da sedili in muratura.
Visitata Alicudi siamo a quota sei. Ne manca solo una.
Giunti a questo punto è difficile fermarsi. Al di là della curiosità è anche la voglia di fare l’en plein, a spingerci a ripartire. E’ questo un tipo di frenesia che contagia l’uomo ed il viaggiatore moderno abituato ai viaggi organizzati, al tutto compreso, stimolato da offerte continue, allettato da destinazioni sempre nuove.
Alla fine rischiamo di perdere il senso della nostra partenza, ovvero il viaggiare in sè, per dare importanza soltanto al raggiungimento della meta finale, all’arrivare, per poi magari renderci conto che il bello era prima, ma il tempo a nostra disposizione, oramai, è finito.
VULCANO
Detto questo siamo giunti in prossimità di Vulcano, l’antica Hiera. L'isola con i suoi 21 kmq di superficie, è molto interessante.
Fin dall'antichità, la sua attività vulcanica impressionò talmente i popoli che essa venne considerata sede del Dio del fuoco: Efesto per i Greci, Vulcano per i Romani; e in epoca cristiana fu addirittura considerata l'anticamera dell'inferno.
L'attracco all'isola è al porto di Levante. Non appena sbarcati raggiungiamo il punto di partenza del sentiero che porta in cima al Gran Cratere o Fossa Grande. Cartelli multilingue segnalano il pericolo rappresentato dalle emissioni di gas solforoso sul bordo del cratere.
Procediamo spediti lungo il sentiero ben tracciato, che si inerpica velocemente sul versante settentrionale del vulcano, fino a 391 metri di quota.
Ogni tanto incontriamo sparuti gruppi di escursionisti, soprattutto stranieri, attratti fin quassù dalla curiosità e dal fascino che il nome stesso, Vulcano, proprio qui esercita.
In meno di un'ora raggiungiamo il bordo del cratere: sotto di noi la mitica cucina di Efesto. Il respiro è rotto dalle zaffate solforose, ma la vista spazia su tutto l'acipelago.
Nella baia di Ponente si trova la spiaggia più popolare dell'isola, le Sabbie Nere. La zona del Piano, fra il Gran Cratere e il Monte Aria, è sorprendentemente verde, coltivata nella parte bassa a frutteti e vigneti e ricoperta, in quella alta, di pascoli e boschi.
Lungo la costa l’isola è stata nel nostro secolo aggredita dallo sfruttamento turistico intensivo, che ne ha causato un degrado ambientale difficilmente recuperabile; tuttavia da quassù conserva ancora il fascino della natura selvaggia,
Proseguiamo la nostra ascesa in un territorio che dovrebbe essere ostile ma che non riusciamo a percepire come tale. Ci aiuta ad essere tranquilli anche sapere che il Gran Cratere viene monitorato quotidianamente da centraline che ne rilevano dati come la temperatura, pressione, movimento, in tempo reale.
Iniziamo la discesa per portarci sul versante sudorientale del Gran Cratere. Qui fiori gialli di zolfo e cristalli multicolori, sbocciano intorno alle fumarole sulla pietra nera. E’ difficile non entusiasmarsi di fronte allo spettacolo che ci offre la natura, ma bisogna fare attenzione a non inalare i vapori che fuoriescono dalle profonde ferite della terra, e a sottovalutare i rischi. Sotto il tappo che dal 1890 chiude il cratere centrale si cela infatti une vera e propria polveriera. Tutti gli esperti sanno che prima o poi anche Vulcano si risveglierà, come fa mediamente ogni cento anni, sconvolgendo ogni volta il profilo stesso dell’isola.
I FANGHI CALDI
Sconvolti in realtà sembrano gli individui che ci si parano innanzi dopo essere tornati a valle. In effetti anche questa singolare visione và imputata all’attività geotermica dell’isola. Tra il porto e Vulcanello, infatti, si trova un grande bacino di fango caldo che è considerato curativo per i reumatismi e le malattie della pelle ed è diventato una delle principali attrazioni dell’isola. Turisti e non, ben attenti a non scottarsi, cercano sul fondo il fango con cui cospargersi il corpo. E non saremo certo noi a sottrarci al rito.
Fortunatamente, sorgenti termali sulfurre ribollono anche nelle acque marine di Porto Levante, dove ci tuffiamo per toglierci il fango di dosso, in un bagno che allo stesso tempo ci rigenera e ci tonifica.
E’ ora di partire. Lo capiamo dalla muraglia umana pronta a sbarcare dal traghetto appena attraccato. Con l’alta stagione anche le Eolie perdono parte del loro fascino.
Preferiamo andarcene ora. Davanti a noi ancora mare dietro una scia di ricordi. (Fine, SDF)